" Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità" ( S. Paolo, 1° lettera ai Corinzi 13,1 )

martedì 21 settembre 2010

Loop: guardare l' apocalisse negli occhi

I giovani e impetuosi redattori di Loop hanno alcuni idee ricorrenti che circolano in molti articoli della rivista e che possono spiegare bene le loro intenzioni. Nomade, caos e apocalisse sono vocaboli ad alta valenza metaforica e denotano un' intenzione decisamente apprezzabile: cercare di capire le dinamiche della società globale e gli spazi possibili del conflitto sociale dopo il crollo delle ideologie novecentesche.
Un termine come nomade serve ad evocare a volte una precisa categoria etnica, sottoposta a violenze che arrivano in questi giorni sulle prime pagine dei media internazionali, ma anche un'altra realtà che ci riguarda tutti.
Sono nomadi i giovani lavoratori precari che percorrono le metropoli alla ricerca di spezzoni di lavoro servile, sono nomadi gli stessi operai della grande fabbrica costretti a salire sui cornicioni per avere una qualche visibilità mediatica. Tutti siamo divenuti in qualche modo nomadi rispetto a noi stessi, alle identità perdute.
Questa condizione, che le categorie del marxismo cattedratico non riescono a capire e interpretare, contagia e corrode l' immaginario: è appunto una situazione caotica, tipica di questa fase della globalizzazione. Secondo l' accezione teologica, e' una condizione di distruzione continua che svela nuove contraddizioni e - forse - lontane, possibili redenzioni.
In questo universo – orrendo e inevitabile- una mobilità frenetica dei soggetti sociali si intreccia a una guerra civile permanente, in cui è la categoria amico-nemico sembra prevalere su quelle di pubblico o di collettivo. I contributi della rivista descrivono la condizione del nuovo secolo secondo questa modalità apocalittica ( e a questo tema è dedicato appunto uno dei numeri più belli).
Con questo sguardo, vengono letti nodi della politica contemporanea come il collasso ambientale, l'America di Obama (e i suoi conflitti urbani), i movimenti contadini e urbani in America Latina o il nodo decisivo della pace e della guerra globale. Proprio a questo tema è dedicato l' ultimo numero ancora in edicola e in libreria, con interventi – tra gli altri- di Gino Strada, Martino Mazzonis, Emanuela Giordana e Don Andrea Gallo.
Un numero tutto da leggere e da discutere. Le riviste continuano testardamente a volere leggere dentro il caos contemporaneo.
Per saperne di più, vale la pena di visitare il sito della rivista: è ricco di tanti contributi originali
http://www.looponline.info/index.php/home

" Ma quanti sono i ritardati in giro ! "

Scena: una fila alle casse di un supermercato della prima periferia romana. Persone impazienti in mezzo ai carrelli, vecchie signore che faticano a contare il resto, voci e rumori di un giornata qualsiasi. Davanti a me, tre persone: un padre, ben vestito e con i capelli un po' ingrigiti, passa gli oggetti comprati verso la cassiera; dietro a lui, una donna di mezz' età dallo sguardo triste e una giovane ventenne, vestita in modo sportivo, che scalpita e sbuffa.
Ad un certo punto, la ragazza sbotta:“.. Pà, e sbrigati, ma sei proprio ritardato, guarda che in giro ce ne sono già troppi di ritardati”. Incuriosito prima che indignato, mi guardo intorno cercando di capire il senso di un aggettivo che trovo stupido, prima ancora che indegno. Aggiustando lo sguardo intorno, intuisco forse qualcosa. Due file più giù, ad una cassa, vedo una giovane disabile che batte numeri con calma e determinazione. Lungo i banchi, un' altra giovane, forse con la sindrome di Down, sposta oggetti da un carrello ad un bancone.
Evidentemente la direzione del supermercato ha voluto rispettare le leggi dello stato, dando occasioni di integrazione e di lavoro ad alcuni disabili adulti.
Mi chiedo: che cosa ne sa quella giovane scapestrata ed ignorante della fatica di decenni per ottenere queste leggi e dell' impegno speso per farle applicare? Probabilmente nulla, malgrado usi un italiano pulito, frutto almeno di studi oltre la terza media.
Perche allora l' uso di quel termine spocchioso che denota una idea autoritaria della gerarchia sociale? Per due ragioni, credo. La prima è che nelle giovani generazioni, figlie dell' individualismo competitivo dell' ultimo venetennio, domina un deserto culturale piuttosto spaventoso. L' altro dato che colpiva era l' atteggiamento rassegnato degli adulti: genitori di mezz' età, che hanno conosciuto certo un' eco degli umori democratici degli anni settanta, e che contemplano un mondo in trasformazione, sconsolati e senza idee.
Chi si occupa di sociale e dell' integrazione degli ultimi, deve combattere non solo con la crisi del welfare state e il crollo delle risorse pubbliche, ma con un nemico ancora peggiore: l' anoressia morale di una fetta crescente della nostra società.

mercoledì 1 settembre 2010

Roma e le nuove fragilità sociali: un documento

Questa nota è stata elaborata da Antonio Vannisanti e sta circolando in rete e su Facebook con il titolo Tessere la rete che accoglie le fragilità. E' il frutto di riflessioni e rielaborazione di scritti, articoli, interventi, note e/o comunicazioni di Rapporto Caritas, CGIL Welfare, Roma Social Club, Rete Sociale del Municipio6, Coordinamento 285, Forum immigrazione PD, Maurizio Bartolucci, Augusto Battaglia, Claudio Cecchini, Enrico Serpieri, di tanti operatori della cooperazione sociale e del volontariato a Roma. Con l'autorizzazione dell' autore. Ne pubblico alcuni estratti, che contengono dati di estremo interesse, anche per i dati di cronaca di questi giorni.


Gli stranieri regolarmente presenti a Roma sono circa 300.000 con un’incidenza del 10,3% sul totale dei residenti. Comunità più giovani e dinamiche, e prolifiche soprattutto, con quasi quattromila nuovi nati l’anno. I minori stranieri sono più di 44.000, di cui oltre i ¾ nati in Italia. La Caritas ipotizza che le presenze dei stranieri aumenteranno al ritmo 25/30.000 unità l’anno e le previsioni Istat prevedono nel 2020 una popolazioni di ca. 730.000 cittadini stranieri.
Si tratta di fenomeni che richiederebbero una riflessione di respiro strategico, su nuovi e più avanzati fondamenti di civiltà basati sull’accoglienza e sull’integrazione della presenza straniera, sull’individuazione di strumenti adeguati al suo inserimento, sulla lotta allo sfruttamento e sul rispetto di un quadro complessivo di legalità. Una riflessione, insomma, che superi quella tutta strumentale (e volta a manipolare il sentimento d’incertezza e di paura che, soprattutto per cause economico-sociali, percorre la popolazione) e da ordine pubblico che ormai prevale quando si parla di stranieri.
Inoltre quando si parla di sicurezza e stranieri, oltre il dato percettivo, bisognerebbe guardare ai numeri. Nel 2008 la criminalità degli stranieri è diminuita del 7,6 nel Lazio e del 15,3 in provincia di Roma. Nel periodo 2005-2008, sempre nella provincia di Roma, l’aumento delle denunce penali è stato del 5,2% e quello della popolazione straniera del 60,5%.
A fronte di questo dinamismo positivo, vanno registrati aspetti degenerativi in particolare nello sfruttamento nel mercato degli affitti, in conseguenza del quale gli immigrati, anziché vittime, sono considerati responsabili del degrado e delle carenti condizioni di vita con un impatto sociale nei quartieri a più alta densità di presenze immigrate.
Nel periodo 2001-2008 il Centro per gli immigrati di via Assisi promuoveva iniziative d’inserimento sociale e lavorativo, di formazione, d’insegnamento della lingua italiana. Così come la “Casa dei rifugiati” dava accoglienza a chi aveva lasciato il proprio paese perché oggetto di persecuzioni politiche o religiose.
Furono aperti 16 centri di accoglienza per stranieri, richiedenti asilo e rifugiati, per un totale di 900 posti e 1.301 utenti accolti nel corso dell’ultimo anno. Il centrodestra la prima cosa che ha fatto è stato porre fine ai progetti ‘Polo Intermundia’ e Roxanne destinato a sostenere le donne vittime della tratta non si ha più traccia....


Vecchie e nuove povertà, fragilità sociali: c'è bisogno di risposte nuove


In particolare per le persone disabili sempre più in difficoltà per i tagli agli interventi di riabilitazione Nel periodo 2001-2008 si sviluppò un grande impegno per le circa 60 mila persone disabili che vivono a Roma.Gli investimenti del Comune per i disabili sono passati complessivamente da 50 a 65 milioni di euro, impiegati per migliorare e aumentare l’assistenza, per abbattere le barriere architettoniche, per creare nuove opportunità.
Dal punto di vista delle residenze: si passo dalle 30 strutture per 180 utenti del 2001 alle 50 strutture per 362 utenti del 2007. Dal 2001 al 2007 sono state raddoppiate le persone assistite arrivando a oltre 6.000.Anche se grandi passi sono stati fatti nel campo dei servizi di riabilitazione, per ciò che attiene al diritto allo studio, così come ai servizi di socializzazione debole rimane la risposta negli inserimenti lavorativi e sui servizi o spazi per l’autonomia e la vita indipendente.
C’è poi un coacervo di malessere diffuso, con sintomatologie celate o espresse attraverso patologie sociali. Dove la povertà economica s’intreccia con quella sociale e culturale. Un disagio che richiederebbe servizi innovativi, approfondimento scientifico, ricerca sulle buone prassi. Integrazione tra interventi sanitari e quelli sociali come nel caso delle dipendenze e del disagio psichiatrico.
Negli anni si era costruita una rete importante per l’intervento sulle dipendenze due comunità di pronta accoglienza residenziale; sei centri diurni di pronta accoglienza; tre centri notturni; un servizio di pronto intervento; un Centro residenziale di reinserimento. 10 pulmini per le attività dell’unità di strada
Nel 2002 fu avviato un progetto per il recupero, l’accrescimento e il rafforzamento delle competenze genitoriali di persone tossicodipendenti con figli minori.
Gli interventi in campo psichiatrico portarono all’apertura di 46 nuove residenze per 125 cittadini con disagio mentale e l’assegnazione di diversi alloggi Edilizia residenziale pubblica per 22 cittadini, così come molte sono state le persone avviate al lavoro. Oggi c’è un vuoto assoluto né crescita né innovazione nel campo dei servizi, una grande precarizzazione della condizione del lavoratore, una contrazione progressiva della spesa sociale.


Roma: è necessario un progetto più forte e più incisivo


Roma deve investire sulle politiche sociali per investire su se stessa. Non deve dare facili risposte di un assistenzialismo fine a se stesso ma deve promuovere un welfare di comunità che sostenga la famiglia nelle proprie responsabilità educative e di cura e che alimenti reti di solidarietà territoriali. Promuovere un sistema sociale comunitario, fondato sulla governance locale, la costruzione di diritti di cittadinanza come elemento primario di promozione e sostegno sociale, la qualità dell’intervento e il diritto di scelta del cittadino. Ristabilire un’ecologia sociale dell’intervento affinché risponda al bisogno sociale, rispettando i diritti del cittadino, del lavoratore, dell’impresa.
Dobbiamo impedire lo smantellamento del processo d’inclusione, di tutela sociale e arginare il tentativo di ritorno a un sistema di monetizzazione della risposta sociale fuori da un progetto di sviluppo e crescita della persona.
Così come dobbiamo rinnovare una cultura solidaristica che impedisca che le questioni sociali sembrano diventino questioni di ordine pubblico, dimenticando che la sicurezza di una città è fondata anche sulla capacità di risposte sociali (...).

martedì 31 agosto 2010

Chi parla per gli ultimi nell' epoca della crisi?

In un periodo di attesa e di cambiamenti anche privati, riprendo ad alimentare con regolarità il blog. Vale la pena quindi precisare le finalità. Questo spazio della rete si è ormai affermato come strumento di comunicazione, creando una sorta di informale diario collettivo. Politici, giornalisti, case editrici, intellettuali, ma anche studenti in pubertà e casalinghe inquiete: tutti utilizzano il blog come strumento di espressione delle ansie e delle proteste più varie.
Quando si mette mano alla scrittura la prima domanda da porsi, dovrebbe essere: a chi si parla? e perchè? Le dichiarazioni di intenti sono sempre retoriche, ma proviamoci.

Passioni pubbliche e vicende private

Per trent' anni della mia vita, dal 1968 sin quasi al 2000, mi sono occupato a tempo pieno di politica, prima nelle organizzazioni territoriali del PCI romano e poi nella CGIL. In quegli anni, per chiunque avesse la mente aperta, era un dato ovvio organizzare movimenti, ed insieme approfondire questioni come il lavoro e la scuola. Gli studi universitari di filosofia e il caso mi condussero a scrivere dentro due riviste ed ad occuparmi di recensioni di libri, dedicando attenzione alla sociologia e alla storia moderna. La frequentazione ( interrotta troppo presto! ) di intellettuali come Sartre e Camus - estranei a visioni ortodosse - mi abituò a diffidare di certezze precostituite.
I dubbi intorni alle questioni della fede religiosa rinsaldarono la necessità di concretezza: una prassi non illuminata dall'ascolto delle persone e delle loro sofferenze non ha alcun senso. Al contrario della leggenda ridicola diffusa dall' immaginario televisivo, gli anni delle passioni politiche erano saturi non solo di ideologie (in senso deteriore), ma di cultura, progetti e visioni morali.
Dopo il 2000, alcune vicende personali mi hanno obbligato a cambiare ancora lo sguardo, a inforcare altri occhiali. Mentre la sinistra precipitava in una crisi disastrosa, ho dovuto capire in prima persona lo stato di problemi come la disabilità e il lavoro, l' integrazione delle persone in disagio, il ruolo delle famiglie. Ho raccontato questa vicenda in Non avevo le parole ( Città Aperta, 2006), che ha avuto un qualche eco.

Documentare, produrre testimonianze, riflettere

E' ormai sotto gli occhi di tutti la crisi di un meccanismo economico che riproduce privilegi osceni, sprecando lavoro e risorse. La questione centrale di una democrazia che voglia dirsi credibile può essere detta così: quale sarà
il destino di milioni di poveri, di anziani e disabili in un mondo senza lavoro
e senza sviluppo ? Su questi problemi,a partire da situazioni concrete, cercherò di produrre sul blog riflessioni, testimonianze e documenti. Un' attenzione particolare sarà dedicata alle questioni culturali: i libri, il cinema, il dibattito sulle diversità.
Il mondo abbastanza orrendo che abbiamo costruito sembra valorizzare le diversità: in realtà le disprezza e le teme. Ama solo la diversità consumista di chi pratica la bulimia delle merci.


Link

Questa è l' ultima ricerca che ho realizzato all' inizio dell' estate, prima dell' uscita dal lavoro: un viaggio dentro i problemi dell' editoria sociale ( case editrici, riviste, siti che lavorano sul disagio, ecc.). In autunno se ne parlerà ancora.Il festival dell'editoria sociale a Roma è un appuntamento da non perdere.
http://www.cepell.it/WebDoc/DownloadRisorsa?id=1259586782749

venerdì 28 maggio 2010

In libreria letture sulla libertà

Dal 31 maggio al 6 giugno un’iniziativa di scrittori,
editori e librai contro la legge sulle intercettazioni


Una iniziativa congiunta di editori, scrittori e librai si svolgerà dal 31 maggio al 6 giugno, con la finalità di protestare contro la legge attualmente in discussione al Senato relativa alla pubblicabilità degli atti giudiziari. I promotori sono gli editori Alessandro e Giuseppe Laterza, Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax) e Stefano Mauri (Gruppo editoriale Mauri Spagnol). La legge approvata in Commissione Giustizia configura - dichiarano in un comunicato - «una grave limitazione della libertà di informazione dei cittadini. Una libertà essenziale, tutelata non solo dalla nostra Costituzione ma anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Una libertà che si coniuga strettamente alla libertà di stampa che è la precondizione del lavoro di chi scrive, pubblica e diffonde i libri. Ci sembra importante dare un contributo alla riflessione e all’approfondimento di un tema centrale di ogni Stato di diritto, di ogni democrazia liberale. Riflessioni e approfondimenti che in gran parte sono contenuti nei libri: classici e contemporanei, di narrativa e di poesia, come di saggistica o manualistica».
Da qui l’iniziativa «Reading di libri sulla libertà nelle librerie italiane»: ciascuna libreria organizzerà delle letture con autori e lettori, secondo un calendario che verrà reso noto nei prossimi giorni.
La manifestazione di apertura si terrà al Teatro Quirino di Roma il 31 maggio (ore 17). Parteciperanno editori, librai e diversi autori - tra cui Corrado Augias, Carlo Bernardini, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Guido Crainz, Rosetta Loy, Valerio Magrelli, Alessandro Pace, Antonio Pascale, Christian Raimo, Stefano Rodotà, Giovanni Sartori, Tiziano Scarpa, Marco Travaglio, Nadia Urbinati, Chiara Valerio - che leggeranno brani di libri dedicati alla libertà, di informazione, di opinione e di scelta, di stampa.

sabato 8 maggio 2010

Il cinema indiano: intrecci tra modernità e tradizione

Mai come in questi ultimi anni l' India e tra noi. Lo è col suo sviluppo impetuoso in settori vitali per le economie dell' Occidente, come l' informatica, la fisica e la medicina. Lo è ormai da vari decenni nella letteratura e nel cinema che hanno contribuito a modificare il nostro immaginaio ancora prima dell' attuale fase di sviluppo economico. L' industria cinematografica si è impiantata in India gia ai primi del Novecento, divenendo molto attiva nel corso degli anni venti e trenta. Grazie anche alla presenza e all' influenza di importanti comunità indiane in Europa e negli Stati Uniti, il cinema indiano è divenuto da tempo uno strumento di comunicazione cosmopolita. Si è rivelato sempre più abile nell' alternare la ricerca artistica raffinata con le storie a carattere popolare che utilizzano due aspetti essenziali della cultura indiana come la musica e la danza.
I registi indiani vengono a girare in Europa e quelli europei ed americani vanno in India. E' noto dal 2008 il caso di Spielberg che ha dato origine ad una società cinematografica autonoma con un gruppo indiano di telecomunicazioni come Reliance Ada Group, con sede a Bombay. Dalla collaborazione delle produzioni cinematografiche di questa città con quelle americane è nato The Millionaire, film vincitore di ben 8 premi Oscar. Il film era diretto da un regista scozzese come Danny Boyle ( Trainspotting, 1996) ed emigrato in America dopo il 1997. Il film, arrivato ad un successo mondiale, va segnalato sopratutto come fenomeno produttivo con costi molto alti: tra l' altro, è stato realizzato in collaborazione con la regista indiana Loveleen Tandan, basandosi sul romanzo di Vikas Swarup, Le dodici domande.

Una regista di fronte all' India moderna

Questa fusione di ambizioni artistiche e culturali con quelle produttive e spettacolari si ritrova in molti registi indiani delle ultime generazioni: tutti vivono e raccontano ( in banale sintesi) il legame contradditorio - spesso drammatico - tra una tradizione culturale millenaria e una modernità che tutto travolge e modifica ( o peggio appiattisce).
Esemplare e il caso della regista Deepa Mehta, la cui storia rispecchia bene le complicate relazioni tra la società indiana e il resto del mono occidentale. Laureata in filosofia, nel 1973 si trasferisce in Canada con il marito e produttore P. Saltzman. Esordisce alla regia con Camilla (1994), storia dell’amicizia fra una giovane aspirante cantautrice e una violinista. Dopo Fire ( 1997) e Earth (1998), firma Water ( 2005). ultimo capitolo di una possibile “trilogia degli elementi ( fuoco, terra, acqua).
I temi che affronta sono di grande suggestione, e hanno avuto un forte impatto in tutto il mondo : la condizione di oppressione della donna; la storia indiana segnata dal dominio inglese e dall'eredità di Gandhi.
Temi tipici della “modernità”, come si vede, tanto da far sottolineare a qualcuno che registe come Mehta siano popolari solo tra una ristretta èlites dell' India e amate sopratutto da noi. Per chi vuole approfondirte questo tema, si può vedere il bel volume di Elena Aime Breve storia del cinema indiano – Alla scoperta di Bollywood e non solo ( Lindau, 2006, p. 260,).Ma, al di là di questo nodo intepretativo, un dato è indubbio : registe come Metha e Mira Nair contribuiscono a portare verso le platee occidentali i problemi e le atmosfere culturali e sociali dell' India. Forniscono così un buon contributo ad un processo di assimilazioni di argomenti che dopo potranno essere affrontati con la necessaria selezione qualitativa.

Il matrimonio di una bimba: tradizione e oppressione

Si veda come esempio il terzo film della trilogia di Metha. Water ci narra le vicende di Chuya, una ragazzina di appena otto anni, allontanata dalla sua famiglia e trasferita in una casa ritrovo per vedove indù: il marito, a cui è stata data in sposa così giovane, è morto.Secondo la tradizione, concedere in spose bambine e adolescenti a uomini più anziani era un uso comune in alcune regioni dell'India.
Quando un uomo proveniente da una famiglia hindu ortodossa moriva, la sua giovane vedova veniva obbligata a passare il resto della sua vita in una casa per vedove: doveva fare penitenza per i peccati commessi nella sua vita precedente, che si credevano essere la causa della morte del marito. Il racconto nella seconda parte pone con grande chiarezza proprio un dilemma teologico, di impronta ermeneutica: una norma sacra, ereditata per tradizione può essere interpretata ? e sino a che punto?
Con finezza di osservzioni psicologiche, la storia viene raccontata attraverso gli occhi della giovane impulsiva e cordiale. La sua amicizia con Kalyani, giovane vedova innamorata di un' intellettuale, sostenitore di Gandhi, porterà allo scontro tra gli impulsi dell' amore, che richiede libertà, e le costrizioni della tradzione. Si tenga presente un dato che rende ancora più significativo il contesto della storia: le vicende del film si svolgono nel 1938, quando l' India era ancora sotto il dominio dell' Inghileterra e Gandhi veniva rilasciato dalla prigionia. E proprio la figura del protagonista dell' indipendenza indiana permette al finale un lieve fiotto di speranza.

Uno sguardo sensibile e pieno di lucidità

L' argomento centrale della narrazione - la condizione della donna e specialmente delle vedove - è svolto con una sensibilità ammirevole: le vedove sono prigioniere non solo di regole religiose da rispettare con severità, ma anche di più corposi bisogni di guadagno e di sopravvivenza delle donne più anziane.
Deepa Mehta non cede alle tentazioni del film politico di stampo populista, ma esplora in profondità le psicologie delle prigioniere della casa e quelle della bambina, che è la vera protagonista della storia. Lo sguardo limpido e disincantato della regista ha provocato al film i duri attacchi di un'organizzazione formata da fondamentalisti indù, la quale già nel 2000 distrusse i set del film. Solo cinque anni dopo il film è stato completato in segreto nello Sri Lanka.
Si rimane ammirati dall'equilibrio con cui la storia riesce a fondere emozioni e nostalgiue dell' amore con i temi sociali e politici. Certo, nell' insieme, la confezione perfetta richiama da vicino la capacità di realizzazione dei grandi facitori di storie inglesi ed americani ( si pensi a David Lean o a Michael Curtiz).
Ma non è un male, tutto sommato. L' India è oggi un grande paese industriale, segnato da un retaggio antico di povertà e contraddizioni. Il cinema, insieme alle altre arti, può aiutarla a sperimentare e approfondire nuove identità e nuovi prospettive.

(In uscita sul n. di maggio di Confronti)