" Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità" ( S. Paolo, 1° lettera ai Corinzi 13,1 )

lunedì 21 dicembre 2009

Ho un amico con tanti difetti...

Ho un amico, con cui non parlo molto.
Su di lui vorrei raccontare una storia e suggerirvi di visitare il suo blog.
Si chiama Vittorio Orsini e non ama molto le lodi. Quindi vi parlerò dei suoi difetti.
E' giovane innanzi tutto e questo - per un vecchio come me - è un colpa grave che mi desta melanconie furiose.
Ha altre due pessime caratteristiche. Innanzi tutto è' spiritoso con una precisione e una perfidia che gli invidio con tutto il cuore: alla mia età sto diventando crepuscolare da far quasi schifo. Ma è la sua terza peculiarità a suscitarmi gerlosie notturne.
Ama il cinema nell' identica maniera viscerale con cui lo amo io. Vive a Roma in una bella casa e nella sua stanza mi ha permesso di guardare una collezione di dvd tra le più complete che mi sia capitato di vedere.
Ma non basta: sul cinema americano ( in particolare sul noir), sulla commedia italiana (da Totò ad oggi) ha una conoscenza così puntuale e precisa che già cominciano a chiamarlo per iniziative culturali. Può ricordare con precisione titoli, nomi di attori e registi, formulando opinioni critiche sempre originali. E tutto questo a poco più di vent'anni.
Ma vi pare possibile ? io ci sono riuscito solo dopo i cinquanta!!
In questi giorni mi ha suscitato l' ultima invidia: ha aperto un blog sul cinema, ed è bellissimo, accidenti! Colorato, pieno di immagini originali e scritto benissimo.
Provate a visitarlo e vedrete: ne vale la pena.
Ma non fategli delle lodi, come vi ho detto : si arrabbierebbe...

Ciao, Vittorio: e continua così!!

Link

http://viaggiatoredifilm.blogspot.com/

martedì 15 dicembre 2009

Una rivista dentro l' apocalisse

Qualche settimana fa, in un pomeriggio di questo inverno grigio e aggrondato, mi è capitato di sfogliare uno degli ultimi numeri di Loop, la rivista di riflessione critica sui nuovi movimenti, nati dentro la crisi globale, che trovate in libreria e in edicola da quasi anno.
Ero a Firenze per una riunione del Coordinamento delle riviste italiane di cultura (Cric) , che si svolgeva in un posto per me singolare e importante: la sala del Consiglio della Regione Toscana.

Le riviste dentro l' apocalisse

Seduto tra i banchi dove si riuniscono i gruppi politici consiliari mi veniva fatto di pensare che le riviste di cultura in Italia hanno avuto uno strano destino. Si sono mosse dal secondo dopoguerra ( ma anche prima probabilmente) tra due poli contigui: quello della radicalità dei gruppi intellettuali, che si aggregavano per leggere il mondo con un proprio punto di vista autonomo, e quello istituzionale, politico, di chi produceva o razionalizzava le ideologie dominanti. Tra queste due polarità vi erano mille sfumature, compromissioni e scissioni che sono state il filo sotterraneo della tormentata storia nazionale.
Loop rispecchia abbastanza bene questo schema. Attraverso il reticolo di una grafica sorprendente e ricca di sfumature, dalla lettura dei primi numeri ricavo l’ idea di due sorgenti intellettuali che mi sembrano aver nutrito la ricerca della rivista. Il primo è sicuramente quel grumo di questioni irrisolte che riassumiamo in genere con un termine ovvio: il 1977. In quell’ anno vennero alla luce molte mutazioni che -come accade sempre in Italia . ci misero un decennio a diffondersi nel corpo sociale: quella del Pci, come forma partito uscita dal secondo dopoguerra, quella del lavoro operaio della grande fabbrica centrale, su cui l’ operaismo italiano nelle sue diverse diramazioni aveva lavorato, fuori e dentro il Pci ( due nomi per tutti, e ci si perdoni la banalità: Mario Tronti e Antonio Negri).
Il 1977 rappresento però in positivo l’ emersione di un altro tema, che il marcire della crisi italiana ( terrorismo, ecc.) avrebbe soffocato per molto tempo: la creatività delle nuove forme di lavoro autonomo. Naturalmente il pensiero va alle radio libere e all’ arte, ma oltre questi esempi scontati c’è il nodo bruciante delle nuove tendenze produttive, la fabbrica diffusa e il precariato, che stavano inglobando e frantumando i lavori tradizionali. Non è un caso che questi riferimenti circolano nelle pagine della rivista attraverso i nomi di Franco Berardi (Bifo), Mario Tronti, Andrea Colombo, Erri de Luca. Riflessione politica, letteratura e percorsi esistenziali si alternano qui in una fertile mescolanza.

Leggere il mondo globale

Ma il collettivo della rivista è interessato a orientarsi dentro una fase delle culture politiche della sinistra, che possiamo definire con un termine usurato post- ideologica. L’ occhio viene portato anche ad altri aspetti di una globalizzazione che include tutte le zone del pianeta. Troviamo quindi interventi sulle esperienze del nuovo socialismo dell’ America Latina , osservate da altri con troppa spocchia, e sulla politica del presidente Usa Obama a un anno dall’ insediamento.
Non a caso quindi l ‘ultimo numero è dedicato ad una questione cruciale per chi oggi si muove tra le membra lacerate e i frammenti dispersi della sinistra italiana,cercando nuove rotte: cosa si immagina vent’anni dopo la fine del comunismo? Ritroviamo, tra l' altro, riflessioni critiche di Franco Berardi (Bifo) su Communisme et barbarie accanto a resoconti sociali dal Giappone e dalla Bolivia. Da segnalare un brano narrativo di Eduardo Galeano, il grande autore di Memoria del fuoco e Le vene aperte dell’ America: una lettura struggente impatto emotivo.
Non tutto mi convince dell’ elaborazione in progress della rivista. Capisco l’ irruenza con cui molti articoli della rivista rivendicano l’autonomia e la radicalità dei movimenti sociali dentro una apocalisse evidente delle idee. Mi condanna al dubbio un’ ormai lontana gioventù passata a decifrare due opere di Mario Tronti: non solo la summa di Operai e capitale , ma anche quel suo libretto Sull’ autonomia del politico, che tanto discussione laceranti suscitò negli anni ottanta.

Insorgenze sociali e pratica della politica

Basti dire che dentro questa oscura stagione mi sembra ancora necessario tenere insieme il doppio movimento dell’ insorgenza sociale e di una pratica democratica delle istituzioni. Ce lo richiede, se non altro, la gravità della crisi ambientale su cui molti articoli insistono giustamente. Ma i dubbi per una bella rivista come Loop sono fecondi e quindi invitano a una nuova lettura dei prossimi numeri non solo nelle sale addobbate di uno storico Consiglio regionale, ma nella più prosaica e dolente realtà delle nostre metropoli. Buona lettura: non rimarrete delusi.

http://www.looponline.info/index.php/home

La famiglia e i suoi segreti

C’ è una regola non scritta nella storia del cinema: il film non riuscito di un grande autore ha spesso più motivi di interesse di un’ opera apparentemente perfetta, con i tempi narrativi giusti e la recitazione ben curata. Questa regola vale anche per Segreti di famiglia, l’ ultimo film di Francis Ford Coppola.
Malgrado abbia raggiunto un ‘età ragguardevole, il regista de Il padrino e di Apocalypse Now non ha perso il gusto della ricerca e della sperimentazione rischiosa. La vicenda è ambientata a Buenos Aires dove arriva improvvisamente Bennie, un ragazzo ancora minorenne alla ricerca del fratello maggiore Angel, rifugiatosi in Argentina per sfuggire ad un padre grande musicista e uomo autoritario.

La famiglia: l' eterno spazio dell' ansia


Angel ha ereditato da lui la passione per l’ arte e la creatività, cercando di realizzarla nella scrittura. Per una ragione misteriosa, che il fratello più giovane ha il bisogno ovvio di svelare, Angel ad un certo momento ha abbandonato la letteratura e si è rifugiato in un altro paese, cambiando vita ed identità. Bennie è innamorato anche lui dell’arte come strumento per raccontare i conflitti dell’ anima. Il suo arrivo sconvolge in pochi giorni i fragili equilibri del fratello, che nascondono angosce e nodi emotivi irrisolti.
L’ evoluzione del racconto e la conclusione sono disposti dal regista secondo i canoni classici del melodramma cinematografico ds Douglas Sirk a Scorsese: gelosie tra fratelli, conflitti familiari a sfondo edipico, interrogativi sulle questioni fondamentali della vita, “ la vita, la morte, l’ amore “ ( gli unici che vale la pena di porsi come amava dire proprio Martin Scorsese).
Il filo conduttore è quello caro al regista: la famiglia patriarcale è un universo protettivo e opprimente, da cui forse solo l’ arte permette di sfuggire. Ma la domanda che viene subito alla mente a Coppola è quasi banale: quale arte ? la ricerca personale dell’ artista ribelle agli schemi dominanti ? o quella commerciale di chi sia adegua al conformismo e al mercato?
Il racconto viene condotto con una tensione governata quasi sino all’estremo e un’agnizione finale, del tutto inaspettata. Certo, nella seconda parte si vedono alcuni difetti del film: l’ ambizione di riflettere su questioni universali lo spinge ad un finale affrettato e a brani di retorica pasticciata ( ad esempio, tutta la sequenza del premio letterario). Però per due terzi del film potrete vedere all’ opera un narratore vero, capace di usare le regole narrative e di sconvolgerle allo stesso tempo. Coppola ha scelto per raccontare l’ incontro – scontro tra due fratelli un bianco e nero struggente, a cui alterna frammenti di ricordi girati con colori sfavillanti.

Che cosa vediamo realmente di noi?


Il bianco e nero esprime benissimo l’ imbarazzata melanconia dei rapporti tra i due fratelli, il silenzio che colpisce chi si ama e non riesce quasi mai a dirselo. I colori oppressivi e luminosi del ricordo sono girati in digitale ed evidenziano invece la violenza di un passato permeato di cupezza. Qui le intenzioni del regista non prevaricano la narrazione, ma si mettono al servizio della storia e degli attori.
Uno degli interrogativi sotterranei del film è quello della luce, della visione che può illuminare meglio gli oggetti o renderci per sempre ciechi. In due sequenze molto belle, che si svolgono a teatro, il talento barocco di Coppola esplicita questo argomento con efficacia autentica. In fondo, tutto il film si muove intorno al tema dello sguardo e dei limiti che lo segnano, logorando la nostra esistenza. Il cinema può aiutarci ad aggiustare un po’ meglio la visione su un mondo che rimane oscuro, almeno in questo vita.
Coppola continua ancora a guardarsi intorno cercando immagini e riuscendo a sbagliare magnificamente.
( Di prossima uscita sul n. di gennaio del mensile Confronti)

martedì 8 dicembre 2009

Un film sulla Sindrome di Asperger

Esce in questi giorni a Roma e in altre città italiane il film Ben X, dedicato al tema della Sindrome di Asperger. Le associazioni delle famiglie ne discutono e già se ne parla molto anche in rete.
E' un film complesso e ricco di tante sollecitazioni, non solo narrative, ma psicologiche e sociali. Vale la pena vederlo e farlo conoscere. Questa è la mia solita recensione mensile per Confronti.



Il film di produzione belga-olandese Ben X è l'adattamento di un libro commissionato a Nic Balthazar per promuovere la lettura tra i giovani. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca drammatico (il suicidio di un adolescente autistico tormentato dai suoi compagni di classe), il romanzo ebbe un successo inaspettato. La fortuna di una ulteriore traduzione teatrale ha convinto i produttori ad affidare allo stesso Balthazar la versione cinematografica.

Vivere al computer

Ben, il protagonista, sembra possedere le caratteristiche di buona parte dei giovani d' oggi: ama il computer, frequenta un istituto professionale e vive con la madre, dopo l’ abbandono della famiglia da parte del padre legatosi ad un ‘altra donna. Si tratta invece un ragazzo “speciale” ( come si usa dire con un vocabolo abbastanza orrendo): non riesce a guardare con naturalezza il viso degli altri, suoni e rumori lo gettano nell’ ansia e passa la maggiora parte del suo tempo al computer.
Ben è' affetto da una patologia di cui fino a una diecina di anni si sapeva poco o nulla. Da qualche anno invece se parla molto, sia da noi che in tutto il mondo anglosassone: la sindrome di Asperger ( dal nome del pedagogista austriaco che l' ha diagnosticata e studiata a lungo). Viene spesso definita una variante dell'autismo ad alto funzionamento. Nella maggior parte dei casi, chi ne è affetto non vede colpita la sfera dell’ intelligenza cognitiva, ma piuttosto quella delle emozioni e delle relazioni sociali.
Ben vive in un mondo a parte in cui agli estranei è vietato l' accesso. Accede al suo universo parallelo attraverso il computer, che molti di questi giovani usano con ossessiva assiduità. Si immerge così nelle storie e nei personaggi dei videogiochi, identificandosi nelle imprese di un cavaliere medievale che diviene un alter ego immaginario: in quell’ universo affronta avventure guerresche e rapporti emozionanti.

Tra bullismo e fughe nell' immaginario


Ma la durezza della vita quotidiana lo costringerà a fare i conti con le prepotenze di due bulli della scuola e l' incapacità degli altri compagni di comprendere i tormenti della sua vita interiore.
Nic Balthazar ha giocato la trama del film su due piani riuscendo a integrarli con sensibilità ed equilibrio espressivo. Il primo è quello realistico dell' ambiente in cui il protagonista vive. La cattiveria dei suoi compagni di scuola è rappresentata con la giusta indignazione ed evidenza drammatica. E' il tema del bullismo che nella nostra società condanna spesso alla solitudine e all' oppressione chiunque abbia una qualche diversità.
L' altro livello è quello del mondo virtuale in cui Ben si rifugia: il cyberspazio, ricco di guerrieri, duelli e gentildonne, è descritto con un estro fantastico che incanta e commuove. I mostri e le avventure guerresche di un mondo immaginario aiutano il ragazzo a sopportare l' indifferenza e la violenza della realtà.
Complessivamente la vicenda è narrata con cura estrema per i dettagli psicologici e una forte partecipazione emotiva: non a caso il film è stato candidato all' Oscar per il Belgio nel 2007. Stimolati dalla storia di Ben X, uscirete dal cinema desiderosi di saperne di più su una sindrome difficile e dolorosa.
Vi suggeriamo di visitare almeno il sito Internet dell' associazione che in molte città italiane lavora su questo tema ormai da anni: http://asperger.it Vi troverete concetti, storie e iniziative sul tema, ma sopratutto un’ esperienza umana fondata sulla partecipazione personale, i valori etici e la speranza. L' unico modo per fronteggiare una malattia: o almeno per limitarne l' offesa.

( Pubblicata sul numero di Dicembre 2009 di Confronti)

domenica 29 novembre 2009

Confessione senza parole

Malgrado sia esaurito, il libro sulla storia di Marco continua fare dei piccoli miracoli. Tempo fa abbiamo conosciuto quasi per caso Danilo Zanelli, tramite un altro amico di Milano, Ivan Carozzi: un giorno racconterò la storia di quest' incontro, è divertente e bella.
Danilo è un giornalista freelance e si è incuriosito per il percorso di Marco dall' adolescenza in poi. Ne è nato un 'articolo, uscito sul quotidiano Terra il 29 ottobre 2009. E' stato tagliato, ma pazienza: è un regalo comunque.
Lo prendo dal blog di Marco, che ha voluto pubblicarlo per primo: http://nonavevoleparole.blogspot.com/. Danilo scrive, tra l' altro, per l' Espresso, e vale la pena leggerlo.

Marco Brancia, 30 anni, ha la sindrome di Asperger, una menomazione della capacità di comprendere e comunicare gli stati d’animo, simile a un guscio invisibile che ostacola la costruzione delle relazioni con le persone. L’esistenza di Marco è ripercorsa in due volumetti, che contengono un’antologia del suo diario emotivo e gli accadimenti della sua vita. Il primo è Non avevo le parole (Città Aperta Edizioni). Il titolo di questa autobiografia di famiglia a due voci – la sua e quella del padre, Umberto – è stato ripreso anche nel blog del giovane autore. È una sofferta confessione: Marco, quando era bambino, “non aveva le parole” ed era imprigionato in un doloroso isolamento. In seguito le parole, cercate con pazienza nei libri, sono arrivate e gli hanno permesso di intrecciare un faticoso dialogo con gli altri. Nella sua lotta contro la precarietà esistenziale e lavorativa, si è aggrappato alle parole con caparbietà e le ha distillate in componimenti poetici che colpiscono in profondità, perché sono tasselli di un racconto di sé appassionato e autentico, che mostra l’incessante ricerca di un posto ospitale nel mondo.
Nel secondo scritto, pubblicato di recente, troviamo una raccolta delle sue poesie, che rappresenta la prosecuzione del primo libro, anche a giudicare dal titolo: Per parlare con la gente (Tipoedizioni). Qui i versi occupano le pagine senza invadenza, lasciando ampi spazi bianchi. Esigono una lettura attenta e partecipe, per ritrovare la disponibilità all’accoglienza dell’altro, sempre più rara in quest’epoca insalubre per chi è fragile o diverso
.


Danilo Zanelli

domenica 15 novembre 2009

Raccontare le realtà "altre"

Volabo, il Centro servizi per il volontariato di Bologna, organizza un percorso di formazione sul ruolo della "documentazione sociale" che si tiene dal 3 novembre al 15 dicembre.Il corso, dal titolo Doc Doc. Bussare alle porte della documentazione è rivolto a collaboratori, dipendenti, volontari di organizzazioni di volontariato impegnati o interessati ad approfondire il ruolo della conservazione e della memoria nell’ambito sociale. L’iniziativa sarà strutturata come una sorta di viaggio attorno e dentro la “documentazione”, le sue logiche, i suoi attori, i suoi servizi, i suoi prodotti, i suoi possibili usi.
Obiettivo degli incontri è fornire testimonianze di come la documentazione possa raccontare la complessità delle realtà “altre”, fornendo gli strumenti adeguati per acquisire un metodo di verifica sistematico e di confronto del proprio lavoro con quello degli altri. L’ottica è quella di favorire il dialogo tra le culture e le generazioni, iniziando un lavoro di riflessione su se stessi e sulla propria associazione di volontariato, concentrandosi sui progetti futuri ma anche sull’analisi dei risultati ottenuti.
L'obiettivo è quello di sviluppare il senso, l´utilità e l´aspetto strategico della documentazione sociale, creare un’occasione di apprendimento e di confronto tra diverse realtà, per sviluppare una cultura e una prassi di documentazione nel mondo del volontariato. Durante il percorso, strutturato in cinque incontri, verranno inoltre fornite nozioni utili per la raccolta, l´elaborazione e la sistematizzazione delle informazioni, dei saperi e delle esperienze.

Questo il programma degli appuntamenti (sede di Volabo,via Scipione dal Ferro, n.4):

Martedì 3 novembre, dalle ore 18 alle ore 21 - si parlerà di "Significato, senso e utilità del documentare”, insieme ad Andrea Pancaldi, giornalista ed esperto di documentazione sociale, Marina Maselli, pedagogista e docente dell’Università di Bologna e Rimini.

Martedì 10 novembre, dalle ore 18 alle ore 21 - Marina Maselli affronterà il tema “Documentare le esperienze”, come organizzare la documentazione interna e renderla fruibile.

Martedì 17 novembre, dalle ore 18 alle ore 22 - doppio appuntamento: con Umberto Brancia, redattore e recensore di riviste e di editoria sociale per il Ministero dei Beni Culturali si affronterà il tema “Documentazione: non solo carta”, dall'editoria sociale al cinema; mentre Fabrizia Benedetti, direttrice della Sala Borsa di Bologna, che da anni si occupa del Coordinamento bibliotecario della provincia di Bologna illustrerà “La rete bibliotecaria locale e i temi sociali".

Venerdì 27 novembre, dalle ore 18 alle ore 22 - Andrea Pancaldi spiegherà "Come usare la Documentazione Sociale” dalle strutture ai supporti: centri documentazione, reti di centri, web, riviste, newsletter, prodotti di documentazione.

Martedì 15 dicembre
, dalle ore 18 alle ore 22 - il ciclo si chiuderà con due riflessioni di Andrea Pancaldi: “Il volontariato e la documentazione”, i contributi dei Centri di Servizio per il Volontariato, e “Idee per promuovere prassi di documentazione sociale” per mettere a frutto quanto ascoltato durante il corso all’interno delle associazioni in cui operano i partecipanti. Inoltre, durante il percorso formativo saranno proposte due visite guidate ai diversi centri di documentazione bolognesi per stimolare la conoscenza e la fruibilità dei centri presenti sul territorio.
Per informazioni:
Volabo
Via Scipione dal Ferro 4, 40138 Bologna
Tel. 051/34.03.28
info@volabo.it
http://www.volabo.it/

mercoledì 28 ottobre 2009

Ben X - Il coraggio è tutto. La storia di un giovane Asperger

Negli ultimi anni, è aumentato l’ interesse del cinema verso l’ autismo, nelle sue complesse manifestazioni. A volte si tratta di opere con un taglio semplificatorio e con forti concessioni all’ intrattenimento (penso al celebrato Rain Man , diretto nel 1988 da Barry Levinson).
In altri casi, questo tema diviena occasione per narrazioni di maggiore lucidità espresiva, che analizzavano i significati emotivi, spirituali e sociali, legati ai disturbi a sfondo autistico. Mi riferisco, per esempio, a Oltre il giardino (1979) di Hal Ashby, o ad un film che in Italia è circolato poco, Elle s'appelle Sabine (2007) di Sandrine Bonnaire, esordio alla regia di questa eccezionale attrice. Qui le storie si fanno più ricche di sfumature e il cinema ritorna strumento prezioso per raccontare le difficoltà e il dolore degli uomini.

Un film di cui si parlerà molto



In queste settimane, sta arrivando sui nostri schermi un film sulla sindrome di Asperger, di cui varrà la pena parlare. Vincitore del Festival YoungAbout, Ben X è un film di Nic Balthazar candidato agli Oscar come miglior film straniero per il Belgio nel 2007 (trasposizione cinematografica di un romanzo scritto dallo stesso regista).
La vicenda affronta il tema del bullismo e della paura del diverso. Ben è un ragazzo a cui viene diagnosticata da piccolo una forma lieve di autismo - la Sindrome di Asperger - che lo isola dal mondo esterno, ponendolo in uno stato di costante silenzio e apparente apatia. Il suo mondo è diviso in due: uno silenzioso e frustrante (quello reale) ed uno in cui il giovane Ben esce dalla sua armatura emotiva per entrare in quella di Ben X, avatar – cavaliere temuto e rispettato all’interno del gioco online Archlord.
Qui c’è il vero centro emozionale della sua vita,Scarlite, una ragazza di cui è innamorato che però conosce solo come personaggio virtuale. E poi ci sono due suoi compagni di classe, prototipi del bulletto di oggi, piccoli spacciatori incapaci di accettare il diverso. A loro, in ossequio alle dinamiche del branco, ben presto si uniscono anche gli altri compagni. Ma il film si incentra su Ben, sulla sua incapacità di avere rapporti “umani”, sui suoi tentativi di colmare con le esperienze delle altre persone, che lui registra in maniera apparentemente maniacale nella speranza di riuscire ad imitarli. E sopratutto sull’impossibilità di quelli che lo circondano di capirlo e aiutarlo.
Il finale ha un singolare colpo di scena, in cui emerge anche una ragionata critica ai mezzi d’informazione, rei di non dare il giusto risalto a ciò che accade al protagonista.
Bisognerà riparlarne quando il film uscirà nelle sale.Per ora vale la pena segnalare l ‘uso soprendente della realtà virtuale, che tanta importanza ha per i giovani con tendenze autistiche, e una direzione degli attori di grande sicurezza.

Per saperne di più

Il sito dedicato al film, ricco di materiale informativo: http://www.moviesinspired.com/

Sulla Sindrome di Asperger è indispensabile il sito dell’ Associazione: http://www.asperger.it/

Le avventure dell’ amicizia



Vinícius de Moraes, poeta e musicista brasiliano, sosteneva (cito a memoria) che la vita è l’ arte dell’ incontro. A me ne è capitato uno in rete, e vale la pena raccontarlo. Quasi un anno fa, stavo vagando in Internet, come faccio ogni mattina, e ho digitato il nome di Goffredo Fofi, uno dei protagonisti (scusate la retorica) della vita culturale italiana degli ultimi quarant’anni.
Come tanti della mia generazione, seguo il lavoro questo intellettuale e saggista almeno dagli anni settanta: un modello di ricerca intellettuale, libera dai conformismi del potere.


Una scoperta casuale


Quella ricerca era un modo per documentarmi, ereditato da anni di lavoro nelle riviste culturali. Tra i primi siti che quella mattina mi si sono aperti ve ne era uno che mi ha subito incuriosito : http://lineadombra.wordpress.com/. Mi hanno ha colpito immediatamente i colori vivaci e allegri, ma sopratutto le righe che ho cominciato a leggere. Era una lunga presentazione della personalità di Fofi. Leggevo con crescente simpatia un articolo assai bello, pieno di passione e intelligenza, con una grande puntualità nel restituire un clima culturale e spirituale, che appare (in apparenza) un po' laterale rispetto alle magnificenza dell’ industria culturale dominante.
L’ autore e curatore del sito, Luciano Coluccia, vi ricostruiva l’ itinerario dell‘ideatore di riviste come Lo straniero e Linea dì ombra, e di almeno una diecina di libri che saranno indispensabili negli anni per capire la storia culturale di questo disgraziato paese.

Di getto, ho inviato all’ indirizzo indicato dieci righe generiche di apprezzamento, raccontando la mia storia. Padre di un giovane di ventinove anni con la Sindrome di Asperger – una variante lieve dell’ autismo - , avevo scritto insieme a lui un libro - Non avevo le parole- per raccontare la mia esperienza e farne motivo di una riflessione da condividere con altre famiglie, e magari con il mondo della politica e della cultura. Una presunzione abbastanza ingenua, ma l’ avrei capito dopo!!
Grazie alla sensibilità e all‘impegno di Mario Bertin, direttore all’ epoca della casa editrice Città Aperta, erano venuti a presentare quel libro Vinicio Albanesi e .. Goffredo Fofi!! Potete immaginare con quale personale emozione: nascondo a fatica la mia timidezza dietro una fluvialità verbale, che spaventa anche gli amici più comprensivi...
Raccontai a Luciano questa storia, per avviare una conoscenza, e da li n è scaturita una corrispondenza e un ‘ amicizia del tutto virtuale. Seguendo il suo lavoro, ho ritrovato una rivista straordinaria, come Una città, ricca di umori della tradizione liberal-socialista italiana. Ne è nata - del tutto casualmente- anche un' intervista, che più tardi abbiamo ritrovato sul sito di Fahrenheit, la trasmissione radiofonica dedicata ai libri.
E’ intitolato La strada del rispetto e vi lascio qui sotto il Link. La comunicazione sociale è ormai diventata un ‘ impegno di vita e come tale cerco di svolgerla-
Da allora non dimentico di visitare periodicamente il sito Linea d’ombra. Vi ritrovo mille suggestioni, che sono anche le mie: tanti libri di sociologia, cinema ed editoria sociale, i fumetti più amati, autori amati come Simone Weil. Ma vi incontro soprattutto la storia di Luciano, che si è impegnato da tempo in una nuova e faticosa esperienza: un’ adozione internazionale in Brasile. Mi sono arrivate da mesi tante sue mail, ricche di informazioni, di passione e di colori sulle tappe di quella vicenda, sul Brasile e le emozioni della sua famiglia.
Questo ricordo del suo lavoro è anche un modo di augurargli buona fortuna in questi diificili e inesplorati territori. E’ proprio vero: la vita è l’ arte dell’ incontro!

Tre suggerimenti:

http://lineadombra.wordpress.com/
http://www.unacitta.it/
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=278991

Una riflessione di Augusto Battaglia

Riprendiamo un articolo da L’ Unità, 21 ottobre 2009, sul tema dello stato delle politiche per la disabilità nel nostro paese, e segnala le difficoltà e i problemi in atto.

I diritti dei disabili e quello strano silenzio
di Augusto Battaglia

Il passo falso del Governo alla terza Conferenza Nazionale sulle politiche della disabilità a Torino ad inizio ottobre, per quanto passato sotto silenzio, è destinato a pesare sul clima del tavolo nazionale di confronto con le associazioni dei disabili e delle famiglie iniziato ieri.Il dibattito è stato compresso in un giorno e mezzo, poco spazio è stato lasciato agli interventi, e nessuna proposta operativa è arrivata dall’esecutivo, nessun ministro era presente.
La sola sottosegretaria Roccella a seguire i lavori, mentre Sacconi, pur annunciato nel programma, recapitava un video registrato, accolto dalla platea con fischi e sonore contestazioni. Il suo intervento, poi, si muoveva su linee generali e buoni propositi, prospettando però ambigui intenti di modifica del collocamento obbligatorio, non certo graditi ai presenti.



Questa l’immagine un po’ grigia della Conferenza. Eppure erano accorsi a Torino fiduciosi e motivati circa un migliaio di partecipanti. Rappresentanti di disabili e di famiglie, operatori e amministratori locali che hanno animato con passione e competenza i gruppi di lavoro su temi precisi: un più aggiornato concetto di disabilità e nuovi criteri di valutazione, lavoro e piena applicazione della
legge 68, domiciliarità e servizi per l’autonomia, accessibilità e nuove tecnologie, salute mentale e sfida delle disabilità estreme, ma soprattutto attuazione della Convenzione Onu sulla disabilità ratificata dal Parlamento lo scorso 3 marzo.
Il futuro delle proposte, recepite nei documenti finali, è ora affidato al lavoro iniziato ieri al Ministero.
Ma difficilmente il clima del confronto potrà essere positivo, se prima non si rimuoveranno i macigni che hanno pesato sulla Conferenza. Quelli della Finanziaria, che ha falcidiato la spesa sociale, cancellato il fondo per la non autosufficienza e ridotto le risorse per il servizio civile; le misure restrittive nella scuola, che penalizzano l’integrazione; le difficoltà in cui versano le casse dei comuni dopo l’abolizione totale dell’Ici, tema al centro anche dell’intervento, applauditissimo, del Sindaco Chiamparino.
Ma anche il recente decreto Tremonti che ha bloccato il collocamento dei disabili in settori importanti della pubblica amministrazione.Sembrano remoti i tempi della prima conferenza del ‘99, quella con Livia Turco e l’intervento dell’allora premier D’Alema, che produsse un importante Programma di Azione, purtroppo accantonato dal successivo Governo Berlusconi. Oggi il quadro è ben diverso, ma il mondo della disabilità saprà esercitare ancora una volta quella pressione costante e creativa che in trent’anni ha cambiato in Italia la cultura della disabilità, conquistato diritti e spazi crescenti di integrazione. Non sarà un Governo Governo inadeguato a frenare un processo così importante per l’intera collettività.

martedì 27 ottobre 2009

Il vecchio Clint di fronte al male


Da Confronti, Gennaio 2009)

Siamo a Los Angeles, nel pieno rigoglio di quegli anni venti che già facevano presagire la crisi economica del 1929. A Christine Collins (Angelina Jolie) , una madre apparentemente conformista e senza grandi ideali, viene rapito il figlio. Dopo un periodo di ricerche angosciose, il piccolo ritorna a casa, ma la donna si rende subito conto che qualcosa non funziona: la ragione e l’ istinto le dicono che quel ragazzo non è il suo. Inizia da qui una lunga battaglia, caratterizzata da orrore e speranza insieme, che metterà in durissimo contrasto la madre con le autorità ( polizia, e magistratura): queste tendono ovviamente a rassicurare la pubblica opinione e a considerare chiuso il caso.

La lotta di una madre
Changeling, l’ ultimo film di Clint Eastwood è tratto da una storia vera, ma viene rielaborata dal regista in piena sintonia con le sue scelte creative, che ricollegano questa vicenda alle sue ultime straordinarie opere: Mystic River e Million Dollar Baby.
I motivi ispiratori di questa storia d’ una infanzia violata sono almeno tre. Il primo è una lettura acuta e straordinariamente sensibile dell’ “ amore materno”, analizzato senza retorica, ma con un’ attenzione struggente ai moti dell’ animo di una madre che vive la ferita della perdita del figlio. Ma è anche qualcosa di più della semplice esaltazione del sentimento materno ( peraltro mai banale).
Nella lunga battaglia per ritrovare il ragazzo, Christine vede messa in discussione la sincerità del proprio sentimento ed offesa la propria dignità di donna. Viene accusata di immoralità da chi usa l’ipocrisia moralistica per nascondere colpe sociali assai più gravi. Il quadro che Eastwood ci delinea dell’ America degli anni venti è agghiacciante. Medici, poliziotti e uomini politici delle istituzioni sono rappresentati con una ferocia resa ancora più efficace dallo stile del regista: severo, rigoroso, sino al limite dell’ ascetismo narrativo.

Il male, tra la storia e la nostra mente
Al ritratto di una donna, che afferma la propria autonomia, e alla denuncia sociologica e morale della corruzione politica si affianca un terzo elemento, che è sempre più presente negli ultimi film del grande regista americano: quello etico- religioso, che si accentra intorno al rapporto tra la presenza del male e l’ oscurità dei segni di una possibile presenza provvidenziale.
Alla violenza del potere, determinata e identificabile, se ne affianca un ‘altra, più oscura e minacciosa, quella della violenza sadica sui ragazzi, senza motivazioni plausibili e quindi ancora più terribile. E’ il tema del male che in vecchiaia sembra tormentare Eastwood e lo fa interrogare in modi sempre più dolorosi.
Il regista sembra dirci: le colpe politiche e sociali si possono combattere, si può avere speranza in un mondo più giusto, come invoca in questo film la straordinaria figura del pastore presbiteriano: a lui è affidato il lieve alito di fiducia nel futuro che il film solleva alla fine.
“ La provvidenza si manifesta in forme oscure” ( cito a memoria) dichiara ad un certo punto un personaggio del film. A questa fiducia fa da controcanto disperato un’ impasto di menzogna e sadismo, che sembra condannare una gran parte degli esseri umani ad una violenza senza fine. Tra queste due polarità di luce e di buio si muove un film di incredibile bellezza, che – malgrado qualche lieve sbavatura- stupisce per la sua austera classicità. Da non perdere.

martedì 6 ottobre 2009

Il ragazzo che non aveva parole


E’ uno dei tanti provvedimenti del governo di centrodestra. Passano inosservati per molti. Non per le vittime predestinate. Sono in questo caso i disabili, persone affette da malattie che però non impediscono loro di prestare un’opera preziosa in diverse mansioni. Il decreto Tremonti cosiddetto anticrisi blocca ora non le esose rendite finanziarie, bensì la possibile assunzione dei disabili nelle pubbliche amministrazioni. Addosso ai deboli, insomma. Una carognata di quella destra non elitaria come direbbe Brunetta.

Il caso lo denuncia in un’Email Umberto Brancia. E’ il padre di Marco un ragazzo disabile che ha saputo combattere e rifarsi una vita. Con papà ha scritto un libro ("Non avevo le parole", Città Aperta) e attivato un blog: http://nonavevoleparole.blogspot.com.
Papà Umberto si sta dando da fare con altri. Il decreto, annota, “comprometterebbe la possibilità di inserimento al lavoro di tanti giovani che hanno superato l’handicap in un difficile percorso di riabilitazione, nella prospettiva di una piena integrazione nella società”. Le stesse imprese private sarebbero incentivate a sbarrare i cancelli. La Funzione pubblica Cgil è mobilitata. Un emendamento al comma 7 dell’articolo 17 del decreto anticrisi è stato presentato al Senato da quattro senatori del Pd Achille Passoni, Vidmer Mercatali, Giuliano Barbolini e Giorgio Roilo.

La storia di uno di questi disabili di cui ci si vorrebbe disfare è esemplare. E’ quella di Marco, il figlio di Umberto Brancia. Ora ha trent' anni. Aveva un mese quando si è ammalato di broncopolmoniti virulente, durate per quattro anni. Sarebbe morto avevano detto per due volte ai genitori. A sei anni ha cominciato ad uscire di casa. Ed ecco a scuola una nuova diagnosi di morte psichica: “autismo gravissimo”. Padre e madre non si sono dati per sconfitti. Lo hanno aiutato con un lungo percorso terapeutico, fino a portarlo al diploma. Oggi hanno diagnosticato a Marco la sindrome di Asperger: “una forma più lieve dell' autismo”. Marco, raccontano, ha svolto varie esperienze lavorative, tutte con tirocini gratuiti. Quello in corso, dopo otto anni, è al Ministero dei Beni Culturali.

Hanno dato vita, a Roma, ad un gruppo di dieci, quindici genitori con figli in tirocinio da dieci anni in altri enti. Sono diventati tutti volontari della comunità di Capodarco un'organizzazione non governativa di solidarietà.
Sono persone, giovani che non possono, non devono essere condannati all’inerzia. Umberto Brancia ha scoperto quattro anni fa che il figlio scriveva brevi poesie ed è nato quel volume "Non avevo le parole". E’ un dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio. Leggo una recensione: “Viveva nel silenzio di un mondo tutto suo, parallelo a quello che gli passava davanti, senza riuscire ad agganciarlo in maniera stabile e proficua per costruire il ponte che gli permettesse di esprimere la sua identità, definendola. E solo nella prima adolescenza ha scoperto finalmente il mezzo di fuga dallo stato di isolamento: le parole”. Ora lo vogliono zittire come vogliono zittire tanti come lui.

da: http://ugolini.blogspot.com/ -Pubblicato da Bruno Ugolini, martedì,29 settembre 2009

Il lavoro, tra speranza e paura

Ho cominciato a far politica attiva a diciotto anni, nel 1966 e le sezioni di quartiere del partito comunista furono, per tanti motivi. il mio luogo di elezione. Per chi viveva nelle pieghe della periferia romana, era una scelta quasi naturale. Negli anni successivi, mentre studiavo Filosofia all’ Università, cominciai a lavorare in un ente pubblico: da precario ( si direbbe oggi ). Negli uffici grigi e sonnolenti di un palazzo del centro storico, imparavo a leggere una busta paga, a discutere di contratti di lavoro e a organizzare i primi scioperi di impiegati timorosi. Più che le mie parole, furono convinti a uscire allo scoperto dal passaggio sotto le nostre finestre dei grandi cortei operai del 1969. Osservavano incuriositi e stupefatti quei cortei come fossero la realtà di un mondo sconosciuto.


Il lavoro apre gli occhi sul mondo


I temi del lavoro divennero il centro dei miei interessi di vita. Il resto lo fece la lettura dei libri, obbligatoria in quegli anni per chiunque voleva tenere gli occhi aperti. Nel Pci simpatizzai subito per quella che più tardi si definì- con le consuete approssimazioni- la sinistra sindacale. Mi affascinava quel legame stretto tra i problemi pratici del mio lavoro, che seguivo con fatica e timore, e le grandi richieste di democrazia e partecipazione dal basso che circolavano nella società. Mi sembrava fosse possibile unire al grande movimento in corso nella società le ansie e le piccole virtù di una famiglia modesta come la mia.
In quel dibattito, in quelle riviste, imparai a conoscere nomi che sono già avvolti dall’ alone dell’ altro secolo e sono trascorsi appena trent’ anni! Ma un giovane di oggi farebbe fatica a capire il senso di nomi come Bruno Trentin, Vittorio Foa, Aris Accornero e tanti altri. Divenni un giovane militante del nascente sindacato del pubblico impiego, che cercava con generosità di far uscire gli impiegati da una annosa subalternità di taglio borbonico.
Ho ancora chiara nella mente, ad esempio, l’ emozione che suscitava nelle nostre fumose riunioni della CGIL a Piazza Vittorio l’ uscita dei Quaderni di Rassegna sindacale, in cui ritrovavamo non solo le questioni strettamente economiche, di categoria, ma gli interventi di scrittori, saggisti e filosofi. Ci affascinava insomma quella capacità di guardare oltre l’ orizzonte di categoria, ricercando un cambiamento del paese, che tenesse insieme tutti gli aspetti della vita civile. Noi balbettavamo con fatica problemi come la “ riforma degli apparati dello stato” o la “lotta agli sprechi”: quei dibattiti delle riviste sindacali ci infondevano coraggio, sembravano darci una direzione, aprire una strada.
Come sia andata, è storia recente e non vale la pena di parlarne qui. Ma la vita ha per gli uomini percorsi misteriosi.

Percorsi di vita, tra politica e privato

In un contesto sociale ormai lontano da quel mondo della mia gioventù, ho dovuto reincontrare - da un altro punto di vista - quei temi e quelle suggestioni. In queste ultime settimane, ho sentito come una sconfitta bruciante, uno schiaffo in viso la vicenda - ancora in corso - del blocco delle assunzioni dei disabili nelle pubbliche amministrazioni, deciso di da questo governo.
Tanti ragazzi come Marco, con problemi di disabilità lieve, sono da anni impegnati in periodi di tirocinio gratuito negli enti pubblici, senza nessun prospettiva di un’ occupazione decente. Tra le molte proteste che come genitori siamo riusciti a diffondere vi sono state quelle della CGIL del mio ministero e di altri posti di lavoro.Mi è venuto allora in mente che forse potevo cercare un aiuto sulla stampa: è’ il grande cruccio di ogni movimento di protesta: come arrivare ad un giornale?
Il primo nome emerso nella memoria è stato quello di Bruno Ugolini, che cura da tempo una rubrica sul mondo del lavoro per l’ Unità. Per chi ha vissuto tra gli anni settanta e novanta quella stagione del movimento sindacale, di cui parlo qui, Ugolini è una figura importante.
Redattore delle principali riviste sindacali di quel periodo, è stato autore di due libri- intervista a Bruno Trentin, di tanti altri volumi ( ricerche sulla storia del Pci, la condizione della donna e le trasformazioni sociali italiane). Ha seguito la storia del movimento sindacale e le condizioni del mondo del lavoro con un’ onestà e una passione critica esemplari.
Raccontando per l’ ennesima volta la storia di Marco, gli ho scritto ad una mail, trovata sul giornale, senza troppa speranza: conosco la vita interna dei quotidiani e delle riviste, dominata dalla velocità e dall’ affanno di far uscire l’ articolo del giorno dopo. Invece non solo ho ricevuto una risposta immedita, umana e disponibile, ma poco tempo dopo è uscito sull’ Unità l’articolo che trovate nel blog.
Le lacrime non sono mancate ed è inutile vergognarsene. Mi arrivava un aiuto insperato per una battaglia durata dieci anni, ma anche un’ eco amichevole da un passato che mi aveva formato l’ intelligenza e il cuore. Alla mia età, non è poco e quindi ne rendo grazie all’autore.

Per saperne di più

http://ugolini.blogspot.com

Fare il prete non è un mestiere

Il titolo provocatorio di questo bel volume di Laura Badaracchi richiama alla memoria una grande tradizione di pensiero teologico - filosofica su un tema decisivo: il rapporto tra il lavoro, la professione e la vocazione spirituale. Con l’ avvento della modernità la società si è fatta più complessa, come si usa dire, e la chiamata alla testimonianza di fede si è caricata di significati sociali e culturali ben definiti: il ruolo profetico, misurandosi con la concretezza della storia, si professionalizza, diventando - in qualche modo- mestiere. Le tensioni inevitabili di questo rapporto attraversano almeno gli ultimi quattro secoli.La Badaracchi si misura sull’ argomento sviluppando un’ analisi che alterna un’ acuto sguardo sociologico alla vivacità documentaria dell’ inchiesta giornalistica.
Gli elementi sociologici della condizione del prete oggi in Italia sono dibattuti da tempo e l’ autrice li espone senza timore di velare i dati, cercando di cogliere le tendenze in atto. C’ è innanzi tutto una crisi delle vocazioni, che determina una crescita della presenza di preti provenienti dal terzo mondo, e un invecchiamento medio che interessa tutte le diverse aree dei sacerdoti diocesani.Qualche esempio: “ .. A Roma città. su circa 500 preti diocesani che operano nelle parrocchie circa 80 provengono dai paesi del sud del mondo...Nella diocesi di Livorno.. quasi il 40% dei sacerdoti è ultrasettantenne: quasi 20 i preti stranieri, ma molti a tempo determinato…” ( p. 21- 22). Il quadro d’ insieme alterna i dati statistici, che comprendono anche un fenomeno come “ i ritorni”, alla descrizione illuminante dei problemi sociali ed etici alla base dell’ testimonianza del prete sui territori.

Le difficoltà di un cammino
Il volume offre così una gamma vastissima di esperienze umane e di percorsi biografici. Si va dai preti di frontiera impegnati in situazioni sociali al limite, come quelle infestate dalla camorra e dalla mafia, sino alla periferia delle grandi città metropolitane, ove si mescolano consumismo, degrado e solitudine. Si può dire in sintesi che - da un ventennio e più - tutte le contraddizioni della situazione sociale in crisi si stanno rovesciando con violenza sulla parrocchia e sulla figura del sacerdote.
I quartieri operai e popolari si affiancano così nel racconto a quelli borghesi e benestanti, documentando bene le ambiguità della testimonianza di fede nella dimensione della modernità.Le luci e le ombre in questi cammino di vocazione sono tutte presenti. L’ autrice ci ricorda come il bisogno di incarnare in silenzio la parola di Gesù Cristo si può affiancarsi alle deformazioni del “ carrierismo” o peggio.
Il libro di Laura Badaracchi rimarrà nel tempo come uno strumento necessario a comprendere le dinamiche del cattolicesimo italiano. Consiglio di integrarlo con un altro volume, uscito tempo fa, Fare Comunità di Vinicio Albanesi ( Redattore sociale, 2007). Il presidente della Comunità di Capodarco ricostruisce il cammino sociale e religioso di un gruppo che ormai da vari decenni è impegnato nell’ assistenza ai disabili e ai soggetti più fragili.
La sua riflessione mette a nudo un ‘altro tema, che aiuta ad inquadrare meglio la funzione del sacerdozio: la presenza di una comunità di credenti, impegnati a testimoniare la parola tra gli ultimi. Il vero nodo che caratterizza il ruolo sociale della fede oggi mi sembra proprio questo: l’essere comunità, o meglio il riuscire a fare comunità, nell’epoca dell’ individualismo diffuso.

Laura Badaracchi
Fare il prete non è un mestiere. Una vocazione alla prova
Edizioni dell’ Asino, Roma, 2009, p. 259, € 12,00

(Recensione uscita sul n. 10, Ottobre 2009, di Confronti)

domenica 27 settembre 2009

Ritorno all' Università: trent'anni dopo...

Avevo promesso di raccontare il pomeriggio di Marco all' Univesità ed ecco qui il racconto di una giornata tra le più paradossali ed emozionanti che mi siano capitate negli ultimi anni.Circa un anno fa Marco, ad un convegno organizzato dal gruppo Asperger aveva conosciuto un docente universitario, Matteo Villanova, che insegna a Roma alla Facoltà di Scienza della Formazione.Una sera a cena aveva annunciato trionfalmente che questo professore lo invitava a parlare ai suoi studenti!! Devo confessare che non l' abbiamo preso troppo sul serio. Certo, ormai lo sappiamo bene, un giovane con la Sindrome di Asperger, che ha scritto due libri e ama comporre poesie, incuriosisce, ma ho imparato a odiare le mitologie buoniste, il bell' esempio esibito in pubblico per consolare la società di quello che non riesce a fare per le persone in difficoltà.

Un grido all' ora di cena

Da tempo poi il problema del lavoro assorbe le energie di tutta la famiglia: la riflessione culturale mi appare laterale rispetto alle urgenze della vita. E' passato quasi un anno. Marco ci raccontava ogni tanto il suo dialogo in rete con il professore: qualche mail scambiate di tanto in tanto, con notizie rapide e formali. Mi colpiva più che altro l' umanità di uno studioso intelligente che si occupa di psicologia del mondo giovanile.
Invece tre giorni fa, la voce squillante di Marco ci ha scosso, come sempre all' ora di cena, l' unico momento in cui ci si ritrova per chiaccherare un po'. " Vado all' università". Sgomento serale di tutti, ansia da preparativi, con lunga e prevedibile rievocazione della sua storia: i primi anni delle malattie fisiche, la nostra terapia, le sue prime uscite da solo per il quartiere. Giorgio - il fratello- ha fornito con distacco la consulenza del montatore esperto: una cinepresa portatile, compatta e manegevole.
Ovviamente nulla è andata come prevedevamo. La Facoltà di Scienza della Formazione si trova a Roma, in Piazza Esedra, in un vecchio edificio che io e Lorenza abbiamo conosciuto bene, trent'anni fa. Lei si è laureata in Sociologia proprio lì, in quella che allora era la sede della Facoltà di Magistero ( nome che ci appare oggi abbastanza ridicolo!. E infatti siamo saliti al terzo piano tra pareti imbiancate, stanze ricavate da tramezzi e soppalchi, e muri a noi ignoti. Cercavamo in modo folle di ricordare un passato che non c' era più.Marco si aggirava sereno tra annunci di esami e proposte colorate di viaggio all' estero. Vedere tranquillo lui ha tranquilizzato anche noi.


Una famiglia torna in aula


Siamo entrati in un aula luminosa, con venticinque giovani donne, e un docente, in maniche di camicia, con i capelli ricci e l' aria distratta dell' intellettuale. Marco si è seduto al tavolo e ha cominciato a rispondere alle domande con una voce bassa e un po ' emozionata. Da quando- tre anni fa- è uscito Non avevo le parole il suo modo di presentarsi in pubblico si è fatto meno impacciato: da silenzioso, con risposte monosillabiche, è diventato quasi verboso. Racconta la sua vicenda con un linguaggio che è spesso comico per la ricerca di vocaboli ricercati.
Per i primi dieci minuti ho usato la cinepresa per avere almeno un ricordo di quella giornata, poi ero troppo curioso di capire quello che succedeva: il gusto della realtà ha preso il sopravvento sulla rappresentazione. Marco mi ha stupito per molti motivi. Ha raccontato bene i suoi primi anni, così come li ha rielaborati nel corso di quest' ultimi quattro, cinque anni. Mi ha colpito un dato che non aveva colto. Marco riesce a suo modo a oggettivarsi, a esprimere un racconto di sé: i quattro anni di reclusione da malato in casa, le febbri, le due operazioni, la diagnosi di aiutismo grave a sette anni. Ha risposto anche alle domande pericolose, quelle più intime, motivando perchè non voleva rispondere, con una precisione e una tranquillità apparente che mi ha sorpreso.
La platea era composta di donne tra i venticinque e i trenta: laureande, assistenti, palesemente incuriosite non solo per motivi professionali, ma con qualche evidente civetteria. Lui ha saputo evitare le risposte che andavano troppo dirette su argomento " pericolosi" , usando addirittura l' auto-ironia: si è preso in giro per le sue difficoltà.


Una sorpresa ancora più inaspettata


Ero già felice per come stavano andando le cose, ma le soprese non erano finite. Dopo quasi un' ora, sono entrati altri due giovani, tra i venticiqnue e i trentaciqnue anche loro membri del gruppo Asperger. Uno frequenta l' Università e l' altro lavora in proprio: timidi, con lo sguardo intelligente e preoccupato, si sono seduti all' ultima fila. Io e Lorenza non abbiamo resistito: quasi all' unisono li abbiamo invitati a mettersi dietro il tavolo, accanto a Marco, per raccontare e discutere tutti insieme. Ed è successo, è successo sul serio!! Hanno risposto a domande impegnative sugli amici, sui loro gusti, sul futuro. Per una buona mezzora hanno raccontato come i compagni di scuola aggressivi li spaventavano, spiegando come nelle relazioni sociali vorrebbero più dolcezza e cortesia. Ho guardato le donne e tutte sorridevano intenerite da quei giovani inquieti e fragili, che chiedevano al mondo umanità e affetto.
Alla fine, Marco ha regalto a tutti una copia di Per parlare con le parole e se ne è andato in pizzeria con gli altri ragazzi del gruppo Asperger. Io e Lorenza siamo usciti cone le ali ai piedi: le luci della sera che scendevano sulla città ci sono sembrate all' imporvviso più dolci. Per un attimo ho pensato che un'Italia civile può esistere, almeno per due ore, in un aula del nostro vecchio Magistero, che ci era sembrato quasi senza memoria.

lunedì 21 settembre 2009

Si può fare! Rosanna e i libri

A chi guarda con scetticismo o indifferenza al problema del lavoro ai disabili voglio suggerire questo servizio tv di Rai News 24. Una ragazza speciale come Rosanna racconta con semplicità e calore straordinario la sua vita tra i libri di una biblioteca di Roma. Le famiglie, tante operatori, gli scrittori con i loro libri lottano con fatica per un obiettivo che ci aiuta a recuperare la nostra umanità perduta.
Osservate in questo servizio la civiltà dei bibliotecari che parlano con Rosanna: le biblioteche di Roma sono state una conquista importante della parte più civile del paese, uno strumento contro il deserto della mente. Usate questo documentario dovunque sarà possibile. Anche io farò lo stesso ovunque potrò. La mia commozione è anche personale: conosco bene l' amore di Marco per i libri.

Clicca qui
http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=16634

lunedì 14 settembre 2009

Una lieta sopresa per " Non avevo le parole"

Il fenomeno delle riviste culturali online è una degli aspetti più interessanti delle attuali trasformazioni del mondo editoriale e della comunicazione, più in generale. Mentre le grandi concentrazioni editoriali lavorano su modelli di largo consumo, con tirature altissime, la sperimentazione artistica trova in rete le forme di una nuova presenza: tra i tanti esempi di riviste letterarie in rete, una delle più significative e interessanti è Bollettario.it.
La trovate a questo indirizzo; http://bollettario.blogspot.com. Ricca di saggi, recensioni e testi poetici, è la versione telematica della rivista cartacea Bollettario, quadrimestrale di scrittura e critica, fondata e diretta da Edoardo Sanguineti e Nadia Cavalera. Articolata in sezioni tematiche, è un vero laboratorio critico sul dibattito letterario, filosofico e politico. Il sito è di grande interesse anche a coloro che si occupano di riviste letterarie, di cui il sito offre una preziosa documentazione.


Dalla rubrica Libri di Bollettario.it traggo e rilancio questa recensione, curata da Nadia Cavalera. di “ Non avevo le parole” ( Città Aperta, 2006), il libro da cui è nato tutto il cammino di Marco e il lavoro di questo sito per i disabili


L’autismo «classico» è una malattia grave, difficilissima da gestire e a tutt’oggi molto invalidante.Ma una sua variante, la cosiddetta Sindrome di Asperger, presenta possibilità di successo nella cura, nel senso che possono i soggetti interessati garantirsi una vita possibile, se solo si interviene prontamente, con sensibile intelligenza, pazienza, tenacia, e tanto amore.
Doti che hanno ampiamente dimostrato Umberto e Lorenza, genitori di Marco Brancia, un giovane uomo di trent’anni, che dopo svariate traversie terapeutiche (diagnosi errate con “tre sentenze di morte”, cure inappropriate), ma anche d’impatto sociale (meschine incomprensioni, chiusure razzistiche), oggi può guardare al suo futuro con prospettive più rassicuranti.
Certo per i genitori rimane sempre l’ansia del «dopo di noi». Ma intanto il peggio è passato, e ripercorrerlo non può che giovare a rafforzare i successi ottenuti e creare una solida base per proseguire avanti, e alla quale far riferimento in futuro per qualsiasi emergenza.
E’ questo lo spirito che probabilmente avrà mosso Umberto Brancia a scrivere col figlio Marco, in un pendant molto coinvolgente, “Non avevo le parole”. Titolo che è poi la spiegazione semplice data «a voce bassa», dal figlio, a percorso riabilitativo inoltrato, ad una domanda impellente e fino ad allora taciuta del padre: «perché parlavi così poco? ». Marco non parlava perché non aveva le parole.
Viveva nel silenzio di un mondo tutto suo, parallelo a quello che gli passava davanti, senza riuscire ad agganciarlo in maniera stabile e proficua per costruire il ponte che gli permettesse di esprimere la sua identità, definendola. E solo nella prima adolescenza ha scoperto finalmente il mezzo di fuga dallo stato di isolamento: le parole. E se ne è innamorato.
Il libro, che, come recita il sottotitolo, è un «dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio», è diviso in due parti.Nella prima, Umberto, in forma epistolare, racconta al figlio la sua vicenda sin dalla nascita corredandola di tutte le possibili notizie utili a fissare l’immagine e il ruolo della famiglia e dei parenti più prossimi, tra i quali s’impone la figura del nonno paterno, con la sua giovialità, l’amore della conoscenza, la generosità, i racconti di guerra o sulle origini siculo-campane.
Nella seconda parte, è Marco stesso a scrivere i suoi ricordi relativi al periodo trascorso, arricchendoli in conclusione con suoi “Pensieri personali”. I primi scaturiti, con gioioso entusiasmo, dalla padronanza delle parole, dopo tante sofferenze per la loro mancanza e per l’incapacità di articolarle in suoni. Ora, finalmente possedute, tradotte in segni grafici, in un mix di impressioni ed espressioni, e flash atemporali, le utilizza per scolpire il suo paesaggio interiore, fatto di solitudine, (“sono sordo e chiuso dentro di me”), dominato costantemente da un muro che lo isola e protegge nel contempo. Di qui lo smarrimento (“cercavo sempre qualcosa che non sapevo”), e il naturale bisogno d’amore. Affidato al suono del vento, al volto di una bellezza mediterranea (“donna significa speranza, donna significa vita, /amore da assaporare tutti i giorni”); cercato nella dolcezza di un prato, nella caduta lieve delle foglie, nel silenzio, prigione e culla della voce che dentro lo guida “come una danza” . E’ sempre l’amore responsabile dell’immedesimazione con la natura, albero o lago o mare che sia.
Ma resta la madre la fonte primaria dei sentimenti. E quando dinanzi alle descrizioni/evocazioni, l’emozione lo coglie più forte, la prima similitudine o metafora che gli viene spontanea è quella che la vede protagonista. E la madre, più spesso nella variante lessicale di mamma, ricorre più volte in questi versi. Associata al vento “da saper toccare con le mani quando arriva” e che per lui è prima “come una mamma, come qualcosa di piacevole” per poi diventare, insieme al “profumo d’erba” e le carezze, proprio “una seconda madre”. Anche il silenzio, “la dolcezza, la tranquillità interiore”, è ascoltato da lui “tutti giorni come una seconda mamma”. La stessa poesia (“io la sento dentro come una seconda madre”), che lui vive anche “come una farfalla” e che, altrove, in una felicissima associazione di idee, gli fa assaporare il tempo che passa “come una volpe la mattina”. Alla ricerca di comprensione e sostegno (“ho bisogno dell’aiuto che mi porta fino te”), mentre attende il treno da non perdere (“il treno dev’essere un’occasione che devo prendere”), forte però della scoperta ed appropriazione infine della sua corporalità, decretata dalla poesia “Mio”: Mio è il corpo/ Mia la voce che ho quando parlo./Mio è tutto quello che ho. Miei sono gli occhi che guardano tutto.”.
Un testo importante questo (l’ho riportato integralmente) che prova indiscutibilmente l’avvenuto contatto tra i due mondi. Marco non si limita solo a registrare ciò che vede, ma sa di essere lui a farlo. Elabora consapevolmente i dati. Interagisce finalmente.
Ne è piena conferma la successiva silloge di pensieri e poesie, Per parlare con la gente (Tipoedizioni, 2008). Dove, in 55 brevi testi continua a raccontarsi. Per riconoscersi meglio nella sua individualità (“mi guardo per parlarmi dentro”) e per mantenere il contatto comunicativo con gli altri, indispensabile alla sua crescita psicologica e comportamentale. Per consolidarlo e liberarlo da qualsiasi possibile difficoltà che potrebbe ancora provocargli (“se uno comunica,/spesso si sente in imbarazzo), per superare infine del tutto la fragilità sempre incombente e di cui si direbbe spia la stessa poesia proposta con titoli diversi (“Il Passaggio”, “Il passare degli anni”), quasi un retaggio della vecchia coazione a ripetere. E resta sempre affascinato dal silenzio in cui meglio si riconosce (“il silenzio mi fa essere me stesso”), e che lo fa entrare in sintonia con la natura, sciogliendolo in un sorriso spontaneo (“quando sorrido penso alla natura /che è viva dentro di me”).
Ed ecco l’attenzione per gli alberi, per la pioggia che s’insinua la sera sui suoi “pensieri personali”, ma anche per le rose, per le stelle, incarnate nella metafora ancora una volta della madre. E soprattutto per il mare, elemento primitivo, forse equivalente emotivamente al silenzio, e che lui riconosce come sua componente essenziale che lo tenta ad intermittenze (“il mare è una parte che torna sempre in me”). Il mare è azzurro, “il colore della bellezza femminile”, è ammaliante. Ma lui si impone di resistergli in una affermazione che sembra piuttosto un autoconvincimento (“il mare è una parte di me che se ne sta andando”).
Ora Marco è proiettato verso una realtà più piena e soddisfacente (“ho voglia di sognare, di trovare un mondo diverso dal mio”). La indaga attentamente (“osservo tutto quello che mi sa accanto”), con grande interesse (“tutto mi attrae perché ho curiosità”), la rielabora sistematicamente (“i miei occhi sono il mio pensiero”), nutrendosi di musica e letture, anche ardite (“leggo quando parli”) e interrogandosi sul dolore, la perfezione, la pazzia, sull’insensibilità e stupidità degli uomini
In un percorso poetico autentico che, ne sono sicura, avrà in futuro, molte altre tappe. (Nadia Cavalera)
http://bollettario.blogspot.com/2009/06/blog-post_5499.html

http://nadiacavalera.blogspot.com/

Una poesia di Marco

Questa è l' ultima poesia di Marco, pubblicata sul suo blog:
http://nonavevoleparole.blogspot.com/
Mi ha permesso di pubblicarla ed eccola qui.


MI SUONA

Mi suona tutto,
mi suona tutto dentro di me.
Mi suona di novità,
la novità può essere bella o brutta.
Quando mi alzo, metto la sveglia
e tutto suona.
Ah come sarebbe bello un mondo di musica.

Marco Brancia

domenica 13 settembre 2009

Qualcosa si può fare.. ( continua)

Tento un bilancio di questa settimana, assai difficile,iniziata con la decisione di aprire uno spazio dedicato alla ricerca del lavoro da parte dei giovani disabili medio-lievi: come era ovvio, sono partito dall' esperienza di mio figlio Marco a Roma e di altri giovani oggi in attesa precaria e angosciosa.
Più di quaranta amici hanno ricevuto questo blog: intellettuali, operatori impegnati nel sociale, famiglie. Quattro persone, a cui esprimo la mia gratitudine più sincera, hanno mandato dei commenti che trovate nella rubrica in fondo ad uno dei post. Alcuni siti hanno pubblicato i miei materiali, rilanciandoli.
Una sensibilità nella società esiste e va ampliata con impegno e determinazione. Lancio qui un nuovo appello a tutti quelli con cui sono entrato in contatto.
A Roma e nel Lazio esistono nelle aziende private e negli enti pubblici spazi e modalità per applicare la legge n. 68 sul lavoro per le persone più fragili. Riflettete sulla nostra esperienza, mandateci opinioni e commenti, li pubblicheremo con l' evidenza che meritano.
D' ora in poi troverete sul blog, accanto ai consueti materiali sull' editoria e la comunicazione sociale, nuove puntate del mio diario e documentazione di altre esperienze. Esistono in rete molti contenuti su disabili e lavoro: a volte sono di scarso valore, ma ci sono anche soprese- delicate e sensibili- come questa, che pubblico qui sotto.
Questo trailer di un video istituzionale, realizzato per CISA da Giuseppe Varlotta, è efficace e sincero: dimostra che integrare i disabili in un paese civile è possibile. Farò ricerche sistematiche su questi materiali e ne fornirò documentazione.
Segnaleteci cose su questi temi e diffondete.



Potete visitare il sito molto interessante dell' autore del video:
http://www.giuseppevarlotta.com

giovedì 10 settembre 2009

Disabili e lavoro: le prime reazioni

Arrivano le prime reazioni alla mia pagina di diario, e la cosa ovviamente mi fa piacere. Alcuni hanno scritto, altri hanno ripreso la mia nota sui loto siti. Vengono da amici o da persone che vivono il problema della disabilità: sono coloro che sperimentano da anni un dialogo difficile e drammatico con la società civile e le istituzioni.
Va bene, ovviamente, ed è una bella ricompensa per la fatica quotidiana: creare legami, rimanere in rete, come si usa dire, aiuta a tenere alta l' attenzione verso chi rischia una nuova emarginazione sociale.
Ma il tema del lavoro è difficile e complesso, come sappiamo bene : occorrerà l' aiuto di tutti. Vi lascio - per ora- con un bel filmato che dimostra un singolare paradosso: il lavoro per le persone con disabilità può essere ottenuto, ma le difficoltà e gli ostacoli vengono da vincoli sociali o burocratici, che possono essere rimossi.
Ci sentiremo ancora (continua)

I PARADOSSI DELLE LEGGI


domenica 6 settembre 2009

Un figlio disabile e la giornata di un padre

Comincio questo diario, consigliandovi di visitare un laboratorio di lettura e scrittura per le scuole,"la mia lettera al mondo". che trovate a questo indirizzo:
E' ricco di argomenti e racconti sulla scuola e la lettura. C' è anche un motivo personale in questo suggerimento. Alla fine della pagina, troverete un video con un' intervista a Marco. Lo abbiamo portato in giro negli ultimi due anni per molte librerie a Roma e in alcune città italiane, quando c'erano le presentazioni del libro Non avevo le parole (Città Aperta, 2006)

Perche questo suggerimento?

Mancano pochi mesi alla conclusione di un tirocinio lavorativo, cominciato da Marco più di otto anni fa, come disabile lieve in un ente pubblico e che è continuato in tre posti di lavoro diversi: insieme a lui, stanno aspettando pochi altri ragazzi.
Con un' ansia sempre più incontenibile, attendiamo la conclusione di un'interminabile vicenda, che ha visto decine e decine di contatti, incontri, riunioni tra associazioni, comitati di genitori, esponenti di sindacati e partiti.
Ho imparato ormai a conoscere nelle fibre più intime i bizantinismi della politica italiana e gli anfratti misteriosi dei meccanismi burocratici.Ma non voglio parlare di politica. Lo faccio ogni mattina leggendo quattro giornali e girando per ore su Internet.
Voglio invece aprire uno spazio sull' esperienza, le emozioni e le vicende che mi stanno accadendo. Ho deciso questa cosa qualche giorno, alla fine di agosto, in una strada del quartiere. Un avvenimento casuale m' ha rivelato una parte recente di me.

Una risposta al cellulare

Un mattino, avevo un' appuntamento telefonico con una persona da cui aspettavamo risposte importanti per Marco e altri giovani. Camminavo avanti e indietro, in mezzo al rumore e alle spinte della folla che correva chi sa dove: il caldo spaventoso di mezzogiorno e l' aria puzzolente mi facevano bruciare gli occhi. Ho fatto varie chiamate tutte andate a vuoto, non c' era collegamento. Dopo il quarto o quinto tentativo, finalmente ho trovato la comunicazione. Il funzionario era impegnato in una riunione, dovevo richiamare dopo un' ora e mezza. Non sono riuscito a tornare a casa. Camminavo avanti e indietro, passando da un marciapiede all' altro, in preda ad un' agitazione inaspettata. Tante volte avevo sperimentato quei ritardi.
Il funzionario poteva avere motivi più che giustificati, ma non riuscivo a capacitarmene.
Mi tornavano alla mente tante immagini: lo sguardo pieno di mute speranze di alcuni disabili che mi aveva toccato il cuore; la generosità delle associazioni, degli amici che ci hanno aiutato anche con piccoli gesti; la disperazione di quei genitori con figli colpiti da handicap gravi, senza nessuna speranza. Marco e altri ragazzi erano fragili, ma almeno potevano vivere e muoversi nel mondo.
Per anni, col ragionamento sono riuscito a placare i sentimenti di paura. Malgrado le sconfitte, ho sempre conservato nell' intimo una speranza: l'azione pratica può dare una direzione agli avvenimenti, imporre un qualche senso al caos. Su quel marciapiede rovente, in un giorno d' estate, stremato dalla calura, spintonato da ogni parte da passanti in corsa, ho avuto per la prima volta la percezione fisica di un' assoluta precarietà, della radicale insensatezza dei tentativi umani di controllare gli avvenimenti.
Per mille motivi, la risposta a quel cellulare odioso poteva non arrivare mai: qualcuno era stato trasferito, il funzionario si era scocciato di noi, o magari era stata presa una decisione ostile. Il caso per la prima volta mi dominava.

Scoprire tra le auto la debolezza umana

Nove o dieci anni di lavoro potevano fallire per sempre, senza un motivo apparente.Ho sentito le lacrime inondarmi il viso: ero un vecchio idiota, che piangeva in mezzo allo strepito delle macchine, stringendo il telefonino con la mano sudaticcia. In preda alla vergogna mi sono rifugiato in un portone. Ho camminato nell'ingresso per tre o quattro minuti continuando a singhiozzare senza controllo.
Non riuscivo a smettere e la rabbia m' invadeva. All'improvviso dal fondo di quell' androne ho visto venirmi incontro un uomo, basso e grassoccio, vestito in modo comune.Mi è passato davanti con uno sguardo che a me è sembrato quasi ironico ed è uscito in strada. Era un' apparizione ovvia in un palazzo popolato come quello: eppure m' ha costretto a ritornare alla realtà. Ho asciugato le lacrime e sono uscito in quella calura soffocante, avviandomi verso casa.
Solo dopo due giorni, ho trovato la comunicazione. La risposta tanto attesa era rimandata di un mese... (continua).

lunedì 24 agosto 2009

I dilemmi della politica americana

Dopo l’ elezione di Barack Obama, si sono moltiplicati le pubblicazioni dedicate alla situazione americana e alla biografia del nuovo presidente. Si tratta di testi spesso occasionali, e di taglio giornalistico. Le componenti sociali, politiche e culturali della politica americana sono estremamente complesse e difficili da governare tutte insieme, e vi riescono in pochi - anche tra gli studiosi oggi più in voga.
Uno di questi è certamente Stefano Rizzo, docente di relazioni internazionali e funzionario parlamentare, che prosegue in questo volume, La svolta americana. Cronache dalla fine del bushismo (2006-2008) - Ediesse, 2009, € 16,00 - la disanima attenta del mondo politico americano, già condotta con il libro precedente Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006).
Rizzo non è soltanto un generico osservatore politico degli avvenimenti politici, ma conosce molto bene la cultura americana di cui è stato anche traduttore attento. Basti ricordare, tra i suoi interessi: Hemingway, McLuhan, Bob Dylan.
La tesi centrale del libro è assai acuta e molto utile per capire gli avvenimenti di questi mesi, in cui Obama registra le prime serie difficoltà. Le forze radunate intorno a Bush non hanno rappresentato secondo Rizzo un’ organica ideologia o solo un singolo partito, ma piuttosto una coalizione magmatica di interessi, che avevano origini diverse: le grandi corporazioni petrolifere, i gruppi religiosi del fondamentalismo, i ceti popolari della cosidetta America profonda.
Questi diversi elementi si sono trovati uniti già alla fine degli anni settanta da una reazione culturale di segno conservatore ai grandi cambiamenti della stagione dei diritti civili e del pacifismo.
In quella reazione maturarono le idee, i progetti del neoconservatorismo nei suoi aspetti politici, culturali e religiosi. Il libro di Rizzo ripercorre tutte le vicende che hanno portato alla crisi del bushismo, con una finezza esemplare di dati e elementi analitici: l’ Afghanistan, la guerra irachena, una crisi economica fronteggiata con un' imperizia tragica.
La ricostruzione aiuta a comprendere che la caduta di Bush è stata non solo la fine di un presidente, ma la sconfitta di un’ insieme di forze sociali, che intorno quel progetto si erano coalizzate. Un libro importante sul presente dell’ America, per guardare dentro un futuro che appare ancora incerto. Ultimo dato, mai secondario in un saggio di storia politica: è scritto benissimo!

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mercoledì 12 agosto 2009

Disabili: il lavoro non è sempre un diritto

La casa editrice Ediesse è una sigla gloriosa e importante nella storia del movimento operaio italiano.Espressione della elaborazione culturale di un sindacato come la CGIL è stata costituita nel 1982: in un mutato contesto politico e culturale, ha ereditato la denominazione sociale della Editrice sindacale italiana (Esi), nata nel dicembre 1952. La Esi aveva accompagnato con le sue pubblicazioni e le sue riviste tutte le vicende sindacali italiane , dagli anni cinquanta sino all' autunno caldo e dopo.
Questo volume su Disabilità e lavoro ( Ediesse, 2009,€ 35.00), è di grande mole ed impegno, ma vale sul serio la fatica: è stato curato da Carmen la Macchia, con la collaborazione di Nina Daita e Stefano Oriano ed è dedicato ad un tema significativo : la tutela della persona disabile in tutte le fasi della sua vita lavorativa, dall'accesso al mondo del lavoro alla conclusione del rapporto, passando attraverso i difficili percorsi di integrazione.
Oltre mille pagine per raccontare attraverso la normativa vigente la situazione delle persone con disabilità nel nostro paese, con uno sguardo orientato anche alle tutele previste negli ordinamenti stranieri, alle leggi internazionali e a quelle comunitarie. Il rigore e la completezza della ricerca rendono questo testo uno strumento imprescindibile per tutti coloro che lavorano su un tema impegnativo come quello del diritto dei disabili ad un lavoro stabile e dignitoso.
"..Il nostro obiettivo è stato creare una sorta di testo unico sulla disabilità per aiutare gli operatori del settore a districarsi all'interno delle norme. Solo attraverso delle linee guida sui diritti del lavoro si possono coordinare le azioni a favore delle persone con disabilità e favorire il passaggio dalla tutela alla cittadinanza", ha sottolineato durante una presentazione Nina Daita, responsabile dell'ufficio politiche della disabilità per la Cgil e curatrice del volume. " ..La nostra volontà è approfondire ancora la materia. Nel corso del lavoro ci siamo infatti accorti che sono ancora tanti i punti di sofferenza su queste tematiche: rispetto, per esempio, alle quote di collocamento obbligatorio, ai controlli, ai criteri di risarcimento e alle modalità del rapporto di lavoro, che riguardano anche la pubblica amministrazione. In un periodo di crisi come questo, ci rendiamo conto che anche le minoranze soffrono per la riduzione dei diritti".
Il libro - un bellissimo esempio di editoria sociale- rappresenta anche un invito a riportare al centro dell'azione dei cittadini associati e delle istituzioni il tema dell' integrazione sociale e lavorativa dei disabili. Un dato va sottolineato: il volume può essere utilizzato con profitto da associazioni, gruppi di volontariato e da singoli genitori, per l' obiettivo dell' inserimento dei disabili nel mondo del lavoro. Gli autori ci aiutano felicemente a lavorare per questo.

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martedì 11 agosto 2009

L' editoria, tra impegno critico e consumismo

Segnalo da "La Repubblica" — 11 agosto 2009- questa intervista a Giuseppe Laterza, che interviene con grande incisività critica sulla attuale crisi dell'editoria, un tema che cerco di seguire con continuità. Laterza lavora da anni alla diffusione e promozione del libro non soltanto con la sua produzione editoriale, ma anche con una serie di manifestazioni di animazione culturale come i Presidi del libro : si tratta di una vasta serie di progetti finalizzati a diffondere la lettura tra nuove fasce di cittadini, che hanno avuto un notevole successo in alcune regioni italiane (tra cui la Puglia, il Piemonte e altre).
Le diverse manifestazioni, affidate alla fantasia innovativa dei partecipanti (operatori professionali , librerie, intellettuali), vogliono coniugare insieme impegno civile e amore per il libro.


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http://www.presidi.org/


LA CULTURA SNOB FA MALE ALL' ITALIA - LATERZA: I PECCATI DEGLI EDITORI
di Simonetta Fiori


Come si attrezzano gli editori di cultura in «un' editoria senza editori», per riprendere la fortunata formula di André Schiffrin? Quella che qualche anno fa sembrava una profezia cupa e apocalittica, liquidata come rancoroso frutto di un tardo francofortismo ( copyright Ferrari), rischia di proiettare le sue ombre anche sullo scenario italiano, sempre più monopolistico e sempre più governato dai "manager puri", «meglio se formati in mestieri diversi», nelle fabbriche di automobili o nella finanza, come ha teorizzato di recente Gian Arturo Ferrari, direttore uscente di Mondadori. «La minaccia di un' alterazione del mercato librario esiste», interviene Giuseppe Laterza, 52 anni, laurea in Economia con Federico Caffè, tra i pochissimi editori italiani di terza generazione, erede insieme al cugino Alessandro dello storico marchio. «Ma se oggi pensassimo di lasciare la cura dei libri esclusivamente ai manager sarebbe un disastro. L' analisi di Ferrari - che opera una distinzione netta tra la generazione dei fondatorie l' attuale dei manager puri, i soli capaci di misurarsi con le regole del mercato - mi sembra semplicistica e sbagliata.

Il libro non è una saponetta

L' editoria italiana è sempre stata fatta da persone capaci di coniugare sensibilità culturale e vocazione imprenditoriale: da Valentino Bompiani ad Arnoldo Mondadori, da Giangiacomo Feltrinelli a Luciano Mauri.
Non credo al manager che arriva da un altro settore e mette a posto la casa editrice: o, meglio, può farlo soltanto se è capace di riconvertirsi completamente alla logica economica e finanziaria del libro, che è molto diversa da quella dei motori o delle saponette». Di tanto in tanto circola voce che anche la Laterza sia in vendita. «Non mi stupisce, ma non abbiamo mai pensato di vendere. Nella nostra casa editrice l' identificazione degli azionisti e dei lavoratori nell' impresa è molto forte: finché c' è questa passione è difficile trovare un compenso adeguato». La tendenza alla standardizzazione, propria dei moloch dell' editoria, può essere contrastata con una battaglia di tipo culturale. «Gli editori dovrebbero puntare sulle biblioteche civiche, e sulla qualità dei librai. Spero che il nuovo presidente dell' Aie, a differenza del predecessore, ne faccia un punto di forza della nostra associazione».

Una tradizione di editoria civile

Quella dell' editoria civile è una tradizione di famiglia, coltivata dal fondatore Giovanni, che chiamò a collaborare Benedetto Croce,e rilanciata nel dopoguerra dal padre Vito, profondo innovatore della nostra asfittica geografia culturale. «Dell' arretratezza italiana siamo responsabili anche noi editori. L' Istat documenta come dal 1957 al 1973 il numero delle famiglie che possiedono in casa libri sia cresciuto dal 17 per cento al 49 per cento, per poi raggiungere nel 1995 la punta del 62 per cento. Da allora la cifra è rimasta immobile, ed è inferiore di dieci punti rispetto alla media europea. A questo s' accompagnano i bassi indici negli altri consumi culturali: musei, concerti, anche Internet».
Ma in che misura gli editori sono protagonisti non innocenti del declino? «La responsabilità principale, intendiamoci, è di una classe dirigente che non ha investito nelle biblioteche civiche. Ma anche noi editori di cultura abbiamo privilegiato un pubblico limitato, un circuito di lettori forti tra i tre e i cinque milioni di persone, quelle che viene definita "la classe dirigente in potenza". La produzione editoriale s' è rivolta essenzialmente a questa classe: con un linguaggio alto, con citazioni letterarie difficili, con l' abuso di quella detestabile formula: "Non c' è bisogno di presentazione", un atto di maleducazione democratica». Sta dicendo che gli editori hanno peccato di elitarismo? «Sostanzialmente sì. Da noi è stata prevalente un' idea alta, snobistica, esclusiva della cultura, di cui molti editori ancora si compiacciono. Siamo pochi, siamo i migliori, meglio così. Un tratto aristocratico intravedo in alcune dichiarazioni di Roberto Calasso, così diverse rispetto all' intento pedagogico che ad esempio animava un editore come Giulio Einaudi. Soffermiamoci sulla divulgazione: per coniugare la qualità scientifica e insieme di scrittura propria dei libri anglosassoni (penso ad esempio a Penguin), gli editori italiani devono fare ancora molta strada. Con la conseguenza che i lettori sono rimasti sempre gli stessi».


L'importanza della scuola e delle librerie L' alternativa allo "snobismo" culturale non sono certo i "libri inutili" dell' editoria commerciale. «Quello che gli americani chiamano il celebrity book - cioè il libro firmato dal personaggio famoso, spesso televisivo, che pure vende molto - non procura un lettore in più. Sono in disaccordo con Ferrari quando dice che l' unico buon libro per un editore è quello che vende. L' editore è responsabile della qualità dei libri che pubblica. Prendiamo il libro di Oriana Fallaci sull' Islam: ha venduto moltissimo, eppure rimane un cattivo libro per il lievito di intolleranza che ha messo in circolo».
Per accrescere la fascia di lettori, Laterza ha investito molto nel rinnovamento dei libri scolastici e nelle collane economiche e tascabili. E ha inventato diversi festival di successo, oltre che i «Presidi del libro», gruppi di lettori molto attivi in Puglia e altrove. Ma come si difende oggi un medio editore di cultura dal nuovo corso delle grandi ammiraglie? «La logica monopolista non è un destino ineludibile. Chi l' ha detto che dobbiamo andare verso il gigantismo, con conseguente omologazione dell' offerta? Ci si può salvare con la sperimentazione e la provocazione intellettuale, andando là dove i grandi gruppi non possono arrivare, o arrivano più lentamente: lo dimostra l' esperienza di alcuni ex piccoli editori come Elvira e Antonio Sellerio, Carmine Donzelli, i coniugi Ferri di E/O, Marco Cassini di Minimum Fax, e altri. Senza dimenticare che nei grandi gruppi lavorano molti bravi editori». Il catalogo è risorsa fondamentale, ma non ci si può fermare ad esso. «Ogni anno dobbiamo inventare collane nuove - come "Contromano", in cui gli scrittori raccontano luoghi e realtà - o anche modi diversi di fare questo lavoro. Ad esempio rinnovando la grafica. Tempo fa fu molto criticata una copertina a specchio usata per un libro di Giovanni Sartori. Ma come, un orpello solare per un illustre politologo? Il libro ebbe grande successo». Alla politica degli "anticipi" si risponde con il rapporto "diretto" e ancora "artigianale" con l' autore. «Oggi in Italia un esordiente può arrivare a percepire anche sessantamila euro d' anticipo. Una follia. Noi giochiamo su un altro piano. Può anche capitare di chiedere a Bauman o Le Goff di scrivere un testo originale per noi, come in passato capitava con Duby. Questo fa la differenza». A un' "editoria senza editori" ci si oppone anche proponendo uno scandaglio critico della società italiana, una potente iniezione di "anticorpi", dal titolo dell' ultima fortunata collana sulla politica e le regole firmata tra gli altri da Remo Bodei, Luciano Canfora, Massimo Salvadori, Aldo Schiavone. «Il nome della collana è un suggerimento postumo di Paolo Sylos Labini. Consegnandomi i suoi ultimi saggi politici, mi disse che voleva titolarli "Berlusconi e gli anticorpi": i "berlusconi", mi spiegò, esistono in tutto il mondo. Ma altrove ci sono gli anticorpi, da noi no. Aveva ragione lui. È spaventoso il degrado del dibattito pubblico in Italia. Ma la cultura reagisce poco, come se tutto questo fosse parte inevitabile della modernità».