" Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità" ( S. Paolo, 1° lettera ai Corinzi 13,1 )

martedì 16 marzo 2010

Immagini e poesie sulla Sindrome di Asperger

Sabato 20 marzo 2010
ore 17:00 - 19:00
presso il centro culturale
“Come un Albero”
via Alessandria - alt. civico 153 - Roma
Il Gruppo Asperger Onlus
presenta il libro:
Vedere, pensare altre cose.Percezioni visive e mondo emotivo Asperger
di Stefano Cavallo - Edizioni Erickson
Si parla molto da qualche tempo di Sindrome di Asperger, e a volte se parla a con superficialità. Questo libro utilizzza lo strumento espressivo della fotografia per un originale percorso in bianco e nero tra immagini e frasi che rimandano alla vita autentica di questi giovani. E' un viaggio affascinante dentro il mondo Asperger attraverso le foto scattate da una persona con sindrome di Asperger.
Introduce:
Adina Adami
( Referente regionale Gruppo Asperger Onlus )
Sono previsti interventi
di: Jessica Cavallo, Giulio De Amicis, Vittorio Orsini,
Elena Tomei
,
Presentano la serata:
Patrizia Loreti e Pietro De Silva

Per saperne di più

www.asperger.it
www.comeunalbero.org
www.erickson.it

lunedì 15 marzo 2010

La polvere della storia

C’è una eredità mai raccolta nella storia cinema italiano, ed è quella del pasoliniano “ cinema di poesia”. Definizione complessa, di cui il regista di Accattone tentò anche una sistemazione teorica : alludeva alla possibilità che il linguaggio cinematografico potesse cogliere le emozioni nel loro immediato manifestarsi.
La chiave stilistica per comprendere quest’ intuizione pasoliniana è l’ analogia, la capacità delle immagini di evocare suggestioni e mondi diversi : basti pensare a Uccellacci e uccellini ( 1966) o La terra vista dalla luna ( 1967), in cui il montaggio delle situazioni e lo stupore dello sguardo doveva riuscire a restituire la vita nella sua intima verità. Quest’ analisi ( di per sé abbastanza discutibile) veniva sempre superata nelle sue opere dalla sincerità della visione tragica di Pasolini, dalla sua adesione ai vinti dalla storia, che li percuote nel corpo e nell’ anima.

I vinti della storia

Ritroviamo lo stesso atteggiamento verso il cinema e il mondo nella seconda opera di Pietro Marcello, La bocca del lupo ( 2009), una vicenda dolorosa di emarginati, che la durezza dell’esistenza ha stritolato senza pietà. Potremmo dire che il film è la storia d’ amore tra un emigrato siciliano e una transessuale, conosciuta durante lunghi anni di carcere.
In realtà, gli eventi di questo intenso rapporto amoroso non ci sono o non ci vengono mai raccontati se non per scorci e lampi improvvisi. Enzo, il protagonista, finisce due volte in carcere, colpevole sopratutto per un carattere orgoglioso e libero, incapace di sopportare soprusi: la sua compagna gli scrive lettere sensibili, piene di ironia ed affetto.
Il sogno che permea il loro rapporto è una casa in riva al mare e un orto da coltivare : solo una melanconica speranza di fuga dalla società, e l’ obiettivo di invecchiare insieme. Questa trama breve ( poco più di un ‘ora) è quasi inconsistente e non viene svolta secondo i canoni di rispecchiamento neorealistico. Il film presta invece attenzione e voce alle emozioni dei due protagonisti, ai significati simbolici delle immagini. La narrazione procede con due livelli che si intrecciano.

La Genova notturna di De Andrè

Il primo utilizza frammenti lirici e salti temporali, tra il passato e il presente: la separazione e il legame di Mary ed Enzo ci viene restituito dalla lettura di brani di lettere dei due amanti, che fanno da commento a lampeggianti descrizioni d’ ambiente ( stanze povere, il carcere, strade e locali miserevoli ). Il secondo livello è quello distaccato del documentario, che sembra invece mettere in risalto gli elementi di cronaca vera. Contribuisce alla suggestione poetica lo sfondi di una Genova sottoproletaria – quella dei carruggi cari a Fabrizio De Andrè -, notturna e misteriosa, popolata di poveri cristi senza speranza, destinati da sempre a divenire polvere della storia.
Realizzato da due produttori coraggiosi, con l’ aiuto dei gesuiti della Fondazione San Marcellino, il film si conclude con una citazione di alcuni versi di Fortini che accompagnavano Sopraelevata, una strada d'acciaio, un film girato a Genova da Valentino Orsini: “ .. questo è stato, una volta, in una città».
Un epigrafe che sembra sottolineare l’ impossibilità di redenzione per questi umiliati e offesi. In questo senso, definirei l’ opera di Pietro Marcello radicalmente cristiana.

( In uscita sul numero di aprile 2010 di Confronti)

domenica 28 febbraio 2010

Donne, amori e i libri: un romanzo tutto da leggere..

Per spiegarne il fascino e il valore, voglio raccontare come mi é arrivato tra le mani il romanzo di Paola Guazzo ( Un mito, a suo modo,Libreria Croce, 2009 ) ed è una storia curiosa.
Per dirla in sintesi, l' ho incontrato su Facebook. Incuriosito dalla popolarità, avevo deciso quattro o cinque mesi fa di cominciare ad usarlo per alcune ragioni precise: diffondere le iniziative nate intorno al libro di Marco e alla disabilità; dare spazio al tema dell' impegno per il lavoro dei disabili raccogliere le recensioni e le note che scrivo per Confronti. Sto andando in pensione e, come accade a molti, cerco di recuperare il troppo tempo impiegato nelle noiose vicende della vita quotidiana...!

Un incontro inaspettato

Ma, quando si prende in mano uno strumento complesso come la comunicazione on line, si finisce per essere presi dentro un ingranaggio autonomo: l' immagine che si pensa di trasmettere si spezza in mille frammenti, spesso ambigui o inaspettati. Le amicizie “ deboli” di Facebook mi sono sono subito sembrate abbastanza poco interessanti, ho sempre creduto che “ la vita - comunque- è l' arte dell' incontro” ( vecchia citazione degli anni sessanta, che denota la mia età ! ).
Tra ciarle casuali, musica e riflessioni politiche, sono entrato in sintonia con un ' amica casuale- Paola -, di cui ho scoperto presto umorismo, indignazioni politiche e stramberie della fantasia, con cui ho istintivamente simpatizzato. Dopo qualche tempo ho avuto tra le mani questo romanzo di un autrice autentica, e che non conoscevo: Paola Guazzo. Per colpa dei mille impegni, l' ho letto in due fasi e- dopo qualche settimane- ho una gran voglia di scriverne.
Superate le prime venti o trenta pagine del libro, ho avuto un attimo di sconcerto. La scrittrice mi conduceva con una fantasmagorica inventiva stilistica in ambienti che conoscevo abbastanza poco.

Uno sconcerto salutare: da Pavese ad Arbasino

La narrazione ( e uso questo termine, con un bel di ironia... dopo capirete il perchè ) si snoda, anzi si frammenta tra Italia, Spagna e altre località cosmpolite dell' Europa: località di villeggiatura, università, locali e paesaggi descritti con un gusto dell' accumulazione stilistica che mi ha incantato sin dall' attacco iniziale: “ 1994, Villa Egra: baluardo di lettere patrie, e di Signorine Felicite, sopra tutte.., eppure lei, Caterina, è la Futurista; il suo corpo posa contro il luogo, ai lati delle due sfingi di ingresso e sotto i cespiti di magnolia, a testa di Medusa (mai potata)...” ( p.7)
Vi dicevo dell'attimo- durato pochissimo- di spaesamento. Confesso senza vergona di essere in letteratura un conservatore anni ' 70 ( Paola direbbe subito non solo in quello !!). Non sono un critico professionale e ho formato i miei interessi letterari ( pochi purtroppo), tra il 1965 e gli anni ottanta, sul quadrilatero Bilenchi- Pavese – Vittorini – Moravia e sugli americani della mitica collezione Oscar Mondadori : quella che avrebbe “ provocato il 68”, come fingiamo di credere con gli amici a cena al terzo bicchiere di vino buono.
E quindi ho vissuto tante brevi vite felici di Francis Macomber” e ho passato serate commosse nella California povera di Furore.
Per fortuna gli anni ( e gli amici intelligenti) permettono di rinsavire. Dopo i 25- 30 anni ho scoperto qualche autore del Novecento italiano che mi ha affinato un po' il gusto: penso a Gadda de La cognizione del dolore o ad Arbasino di Un paese senza e de Le piccole vacanze, o magari Carlo Dossi.
Ma le perversioni di gioventù rimangono, e dentro di me ho forse continuato a pensare che le cose di Joyce da leggere siano sopratutto Dublinesi e Ritratto dell' artista da giovane!!

Dallo sconcerto all' entusiamo più motivato

La lunga premessa serve a spiegare perchè il mio momentaneo sconcerto si è trasformato poco dopo in ragionato entusiamo. Paola Guazzo - con una acutezza esemplare - non rispetta nessune delle regole narrative a cui da conservatore ero affezionato in gioventù.
La scrittrice, da esperta studiosa di letteratura, sconvolge i piani narrativi, li frammenta e decompone in continuazione, entrando ed uscendo dalla propria trama con una sana disinvoltura. Mette in scena una storia tutta al femminile, in cui i gusti, i sogni, gli amori e/o l' erotismo di una comunità lesbica, sono raccontati con una felicità stilistica, che soprende ad ogni pagina.
Paola non nasconde il suo canone letterario e anzi lo esplicita giustamente: nel suo ci sono dentro Gadda, Arbasino, il disinganno di Guido Gozzano, ma anche Virginia Woolf e molti, molti altri. Ma non pensate a ricalchi noiosi e archeologici. Il romanzo – in cui non troverete personaggi maschili se non forse un padre terribile!!! - è il prodotto di una raffinata cultura letteraria, ma anche di una personalità libera che vuole sconvolgere il conformismo dei comportamenti aquisiti e quelli della letteratura ufficiale.
Altro dato che mi ha colpito è stato non solo l' ironia, ma l' umorismo, capace di giocare con i toni più corporei ed umorali, passando poi al riferimento “alto”. In queste pagine, la lezione della linea “ lombarda” della nostra letteratura è assorbita e usata benissimo. Il discorso metaletterario permette alla Guazzo di commentare le situazioni, con riferimenti continui ai semiologhi più amati del secolo passato ( Barthes, tra tutti ).
Se c'è una cosa che Paola non sembra amare, è il progetto ( come dice nelle pagine finali ), inteso come prigione concettuale: lei insegue piuttosto le mille polifonie della realta, alternando un' allegria contagiosa e un sottile umore melanconico. E proprio la malinconia mi pare una delle tonalità più segrete del romanzo.
Due qualità in più di un romanzo che è sorprendente sotto molti aspetti. Che si vuole di più per leggerlo, magari non in due volte come ho dovuto fare io ?
 

Una vita tra le nuvole

Sin dall'avvento del sonoro, nel cinema americano la commedia é stata un genere narrativo capace di interpretare i sogni e gli incubi dell' uomo medio anticipando le tendenze della società. Temi come i cambiamenti della coppia e l' ambiguità sessuale sono stati raccontati da registi come Howard Hawks e George Cukor (Susanna, 1938; La costola d' Adamo, 1949), o quello della povertà da Preston Sturges ( I dimenticati, 1941) .
Negli ultimi decenni, con l' avvento della società urbana e della metropoli, viene a volte affrontato un argomento centrale nella nostra vita concreta: il tempo, il modo come ci opprime nel lavoro o come lo perdiamo inultimente nel consumo. Basti citare, tra i tanti, molti film di Jerry Lewis o quel Ricomincio da capo (1993) di Harold Ramis, divenuto con gli anni un piccolo mito. In quella commedia, un cinico presentatore televisivo, che curava una rubrica di meteorologia, si trovava invischiato in una bolla temporale, costretto a ripetere ogni giorno le stesse situazioni della propria vita. Con una faticosa presa di coscienza imparava - alla fine- a usare le proprie giornate con un altro ritmo, cambiando la propria visione morale.

Ma si può vivere senza pesi?

Anche Ryan Bingham, il protagonista di Tra le nuvole ( 2009) di Jason Reitman, usa il proprio tempo in un modo singolare: il suo tipo di lavoro condiziona interamente il rapporto che stabilisce con gli uomini. E' un “tagliatore di teste”, uno di quei tecnici chiamati dalle aziende in crisi per licenziare i dipendenti giudicati in esubero. Si muove in tutte le aree del paese, trascorrendo la maggior parte del proprio tempo in aereo e sulle poltrone delle sale d'attesa. Orgoglioso della propria abilità, si è costruito una corazza psicologica, che lo rende impermeabile ai rapporti umani.
E' affetto dalla stessa anoressia emotiva del protagonista di Ricomincio da capo: negli esseri umani che gli capitano di fronte, non sa vedere altro che dei numeri. La sua unica preoccupazione è quella di conquistare i premi e i privilegi economici previsti per i successi raggiunti: ovvero quando riesce a cacciare più persone possibili dal proprio posto di lavoro.
Tenta di convincersi che si possano vivere i rapporti umani senza pesi. Vuole muoversi nell' esistenza leggero come viaggia tutto l'anno sugli aerei, con pochissimo bagaglio. Ma muoversi nella vita concreta degli uomini è più complicato: come accade spesso nel cinema americano, saranno due donne a aprire varchi dolorosi nella sua coscienza.
Costruito con rigore – attori efficacissimi, battute taglienti, tra cinismo e melanconia - il film di Reitman ha i modi e la tecnica di un prodotto di genere e cerca apertamente il consenso del grande pubblico.
Ma tra le pieghe di una narrazione elegante emerge un' angoscia autentica per la vita che ogni giorno conduciamo nel mondo del lavoro e nelle strade della città. Osservate la compassione dolorosa con cui il regista lavora sui volti degli impiegati che vengono licenziati: una sfilata di caratteri imperdibile che vi farà amare questo film.

( Pubblicata sul n. di marzo 2010 di Confronti)

domenica 24 gennaio 2010

Volontariato e terzo settore: una nuova identità ?

La polemica che il mese scorso ha visto Roberto Calderoli (ministro per la semplificazione della Lega nord) scagliarsi contro il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi sulla questione dell’immigrazione, e più in generale sui nodi delle politiche di integration sociale è solo l’ultimo atto di una serie di episodi che da tempo segnano con durezza il dibattito pubblico. L’accusa ricorrente a chiunque sostenga la necessità di sviluppare solidarietà sociale o comunque posizioni di impegno etico verso i più fragili, siano essi cittadini italiani o migranti, e quella di «cattocomunismo ».

“ Catto-comunisti”: un termine tra fantasia e realtà

Come e noto, questo termine della polemica politico-culturale aveva riferimenti assai solidi alla realtà della storia italiana antecedente al 1989. Oggi l’uso di quell’aggettivo ha soltanto una finalità magica: evoca spettri per un immaginario delle paure collettive. Nella concreta situazione italiana, scomparso il Pci, ridotta in coriandoli minutissimi la sinistra radicale, il quadro politico-sociale e il contesto intellettuale odierno appare del tutto diverso da quello degli anni Ottanta del secolo passato. Sono rimasti invece depositati nel tessuto del paese problemi di antica origine, con l’aggiunta di inedite tensioni sociali ed etiche, prodotte dalla società multiculturale.
Bastino pochi dati per questioni analizzate lungamente: crescita di povertà vecchie e nuove (percentuali intorno al 10%); crisi delle forme di lavoro garantito e aumento abnorme di un precariato senza regole (almeno 5 milione di persone); crollo dell’etica pubblica e diffusione di comportamenti distruttivi in gruppi sociali diffusi.
A questo rischio di un collasso della coesione nazionale si e aggiunto un elemento di origine internazionale che e stato inaspettato solo per chi non voleva vedere. La crisi economica mondiale degli ultimi due anni ha frantumato I dogmi basilari del liberismo economico: la competizione e il profitto come motore unico della vita economica e della psicologia degli individui; l’abbandono di ogni progetto di politica social verso I soggetti più fragili della società; l’esaltazione sfrenata di comportamenti consumistici in tutti gli ambiti di vita.
Questo cortocircuito disgregante sta toccando non solo i tradizionali settori «deboli» (disabili, anziani, immigrati, poveri), ma anche segmenti forti del ceto medio, un tempo più garantiti. Gli allarmi vengono da varie parti. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Ha dichiarato: «Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile».
Sul tema dell’immigrazione, la virulenta polemica tra esponenti leghisti e il mondo della solidarietà e delle associazioni laiche e cattoliche fa da cornice alla recente introduzione del reato di clandestinità, che sta producendo i primi morti, mentre si susseguono episodi di violenza contro i migranti in molte città italiane.


Iniziative e riflessioni sulle politiche sociali


Secondo un rapporto dell’agenzia Onu sul lavoro, l’Italia viene ormai giudicata un paese xenofobo e razzista nei confronti degli immigrati, soprattutto i rom. Non sono mancate le reazioni di componenti del mondo ecclesiale e di quelle realtà del cattolicesimo social, che continuano a lavorare e a testimoniare una vicinanza agli ultimi, tra sempre maggiori difficoltà e fuori dalle traversie del sistema politico. Il volontariato e il terzo settore avevano conosciuto dopo il 1980 una crescita notevolissima proprio in quei nodi dell’integrazione sociale, messi a dura prova dal nuovo contesto della società globale: sanità, assistenza, famiglia ecc. Tre iniziative di riflessione critica hanno segnalato di recente l’urgenza dei temi e il crescente disagio di fasce non secondarie dell’intellettualità e dell’associazionismo.
Il primo Salone dell’editoria sociale promosso, tra gli altri, dalla Comunità di Capodarco, dall’associazione Lunaria, dalla casa editrice Edizioni dell’Asino, dalla rivista Lo straniero e dall’agenzia Redattore sociale. Per tre giorni, giovani, operatori sociali, scrittori, studiosi e giornalisti hanno potuto discutere i temi sociali più importanti del momento, tentando di aprire un dialogo nuovo con una fetta più larga di società. Poche settimane dopo un altro convegno, ancora a Roma, si e interrogato sul tema Terzo settore, gli errori e il futuro: ne potete trovare gli atti sul sito Internet: http://www.presenzesociali.org/. Gli interventi introduttivi hanno segnalato questo bisogno di apertura e approfondimento: tra gli altri, quelli di Giuseppe De Rita, Goffredo Fofi e Wolfgang Sachs, lo scienziato tedesco, che lavora da anni sui temi dell’ambiente e della giustizia sociale. Significativo sopratutto ill sottotitolo del convegno, dedicato alle «prospettive dell’impegno sociale».
Sempre nella capitale si e svolta il 4 e il 5 dicembre un’altra importante assemblea del volontariato italiano, con l’intervento di sociologi, operatori ed esponenti di molte associazioni. Uno dei relatori al convegno, Marco Revelli, ha messo l’accento in un’intervista sul nodo cruciale della scarsità delle risorse per le politiche di solidarietà e sulla «... tenaglia tragica, rispetto alla quale l’economia e vulnerabile. Il gioco economico è spesso a somma zero. Il volontariato ha dalla sua, se ne è consapevole, la logica dei giochi a somma positiva, in cui entrambe le parti guadagnano. Di fronte a una contrazione delle risorse e a un aumento della domanda, entrano in campo l’invenzione, l’immaginazione. Le risorse del dono sono più elastiche di quelle del circuito monetario».

Questione social e progetti del “razzismo civico”

Il tema del prossimo futuro quindi è un altro: il groviglio di nuovi dilemmi etici, sociali e anche teologici, che non hanno nulla a che fare con l’antica stagione del cosiddetto cattocomunismo. Da quella stagione ereditiamo piuttosto lacerazioni irrisolte della società italiana e interrogativi di un mondo cattolico, la cui complessità non può essere semplificata con atteggiamenti sprezzanti. Citiamo alcuni fenomeni recenti che hanno interrogato non solo le forze politiche, ma la cultura e le chiese.
Sui centri di assistenza e di ascolto a livello locale, I gruppi di volontariato, le parrocchie e le comunità cristiane (cattoliche ed evangeliche), su tutti i punti di mediazione social insomma, si scaricano sempre di più situazioni umane esplosive, segnate da povertà ed emarginazione. Questo disagio, come la cronaca rimanda con un’enorme amplificazione mediatica, è tipico delle nuove metropoli globalizzate e non permette facili scorciatoie. Di fronte ai cambiamenti in atto, il progetto leghista ha focalizzato nell’ultimo periodo alcune caratteristiche originarie: un «razzismo civico», che vuole garantire la sicurezza delle comunità locali.
Si tratta di un vero e proprio progetto culturale, che utilizza un immaginario religioso. Ilvo Diamanti ha chiamato questa tendenza quella della «religione senza dio»: «Ai partiti populisti diviene possibile riattivare – e sfruttare – le componenti religiose dell’identità nazionale e territoriale. Non solo: la religione viene usata come strumento di consenso partigiano ed elettorale. Lo ha fatto la Lega fin dagli anni Novanta, in polemica aperta e dura contro la Chiesa nazionale, nemica della secessione. Lo scontro e proseguito in seguito, sui temi della solidarietà social, soprattutto verso gli immigrati. Sulla questione dell’integrazione, la Lega, in altri termini, si e proposta essa stessa alla guida di una religione senza Chiesa. E senza Dio» (la Repubblica, 7 dicembre , 2009).


E' possibile una nuova stagione di impegno sociale?

Si comprendono meglio le difficoltà di chi si dedica all’impegno solidale e quelle del laicato cattolico, degli operatori, sottoposti ad una forte pressione in basead una versione «etnica» della fede religiosa. Questa torsione neo-razzista può far correre all’identità plurale delle Chiese cristiane nella società moderna un rischio mortale di paganesimo, Una situazione complessa come questa sollecita almeno due o tre questioni. Dopo la stagione di forte impegno sociale degli anni Ottanta e Novanta – quella della nascita del volontariato e del suo primo affermarsi – il Terzo settore ha registrato una caduta della partecipazione e una difficoltà a fronteggiare le nuove forme dell’emarginazione.
Sul piano etico e spirituale siamo da almeno un decennio dentro una mutazione mediatica e antropologica: le idee di solidarietà, giustizia social e eguali diritti si sono pian piano trasformate in una concezione pietistica della beneficenza, come atto privatistico e consolatorio.
La domanda che emerge e evidente: esiste oggi un progetto etico, o più modelli di comportamento pubblico, che possano indicare una soluzione, o almeno una prospettiva a queste difficoltà? Il conservatorismo «compassionevole» degli anni di Bush rischia di trasformarsi in una deriva conflittuale tra gruppi etnici e culturali, che alla fine del percorso ha un solo sbocco: quella guerra di civiltà, da tutti avversata a parole. Porremmo nei prossimi mesi questi interrogativi ad un serie di voci interessate a capire e a cercare strade nuove.
I temi sono difficili, ma come ha sottolineato a Roma Goffredo Fofi,«se non sono le minoranze attive e morali a cercare le nuove strade, anche le più difficili, chi potrà mai farlo? E se non siamo noi a mettere il sale, chi altro sembra disposto oggi a farlo?». Il dibattito e aperto, come si usa dire, e forse è bene che lo rimanga.
( Pubblicato sul n. di Confronti di Gennaio 2010)

I fratelli Coen e le domande senza senso

I fratelli Joel ed Ethen Coen ci hanno abituati sin dai loro primi film a protagonisti stralunati, privi di un rapporto armonico col mondo. Da Barton Fink – è successo a hollywood(1991) a Fargo (1996) a Il grande Lebowski (1998), vivono tutti nell' nell' ansia più angosciosa, subendo avvenimenti di cui faticano a ricostruire il senso.
La verà novità del loro cinema e' lo stile narrativo che non ha nulla dei consueti schemi del cinema americano. Nessuna notazione realistica, ma una girandola di citazioni dei generi consolidati, che alterna commedia e tragedia con continui rimandi allusivi. Non a caso per il loro cinema viene sempre richiamata la tradizione di provenienza : il mondo ebraico che gli fornisce umori, storie e idiosincrasie.

Gli incubi della normalità

Anche in questo ' ultimo A serious man (2009) ritroviamo queste tonalità nella storia di Larry Gopnik, il tipico uomo medio con una vita apparentemente normale, a cui ci ha abituato tanta narrativa americana. Professore di fisica in una piccola università del Middle West, scopre con uno stupore inebetito i mille guai della sua vita : la moglie vuole il divorzio, la figlia mente in continuazione, il fratello irresponsabile si caccia in guai terribili, e infine la sua facoltà non vuole rinnovargli il contratto di lavoro.Da ebreo rispettoso, si rivolge a ben tre rabbini, alla ricerca di una soluzione al suo disagio inspiegabile. Non solo non riceve nessuna risposta credibile, ma le poche frasi smozzicate e misteriose aumentano il suo disagio: Dio gli appare avvolto in una dimensione lontana e oscura.

Uu mondo senza consolazione

Tutto il film è segnato da questo sentimento di solitudine e di minaccia imminente, che si precisa in modo aperto in un finale da non rivelare. I due registi hanno dato agli spettatori un’ indicazione abbastanza chiara sulle fonti ispiratrici della vicenda. In un breve prologno ambientanto in Polonia in uno shtetl ( il borgo ebraico), un uomo e una donna ricevono nella notte la visita di un dybbuk : nellla tradizione, è lo spirito disincarnato di un defunto che cerca di possedere gli esseri viventi, per portare a compimento dei compiti non realizzati in vita.
Anche questa introduzione, pronunciata in una lingua incomprensibile, aumenta il senso del mistero. I Coen confermano la loro visione di un mondo senza consolazione, su cui hanno ironizzato nelle opere precedenti, e in particolare nelle due più riuscite: una commedia con un morale molto seria come Fratello dove sei? ( 2000 ) e un film tragico come L' uomo che non c'era ( 2001 ), capace di sconfinare nel grottesco più aperto.
Quest' ultimo protagonista è un novello Giobbe, perseguitato dall' azione malvagia di un dio oscuro. Agli spettatori sconcertati da questa gelida allegria, consiglio la lettura di uno splendido libro di un critico come Guido Fink: Non solo Woody Allen. La tradizione ebraica nel cinema americano (Marsilio). Qui troverete due temi che sono alla base del lavoro dei fratelli Coen : il dybbuk - appunto - lo spirito non più uomo e non ancora trapassato, e la tendenza a porre domande più che a fornire risposte. Se le domande sono così divertenti, ne vale comunque la pena.

( Pubblicato sul n. di Confronti di Gennaio 2010)