" Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità" ( S. Paolo, 1° lettera ai Corinzi 13,1 )

giovedì 24 marzo 2011

"Ma agli editori e allo Stato non interessa che si legga di più"

Un' intervista di Gian Arturo Ferrari a Repubblica traccia un quadro doloroso e impressionante sullo stato della promozione della lettura in Italia. Arriviamo nelle condizioni peggiori all' appuntamento con i grandi cambiamenti dell' industria dei contenuti in tutto il mondo ( e-book, network sociali, i-pad, ecc). Pochi o nessun investimento nella scuola e nella formazione, ma sopratutto un dato terribile: una maggioranza di italiani che sembra disinteressata ai libri e alla crescita culturale. Su questo problema si giocherà la definitiva marginalizzazione del paese nel contesto europeo. Ferrari indica un particolare significativo, che fa riflettere: è fallito il progetto di costituire una associazione di sostegno ai progetti di promozione della lettura con fondi privati. Bisognerà continuare a discuterne: in questo contesto associazioni, intellettuali e movimenti, interessati ad una editoria sociale, con contenuti critici, corrono il rischio più pesante.


Sembra un film surreale, ma è solo cronaca. La location è la Biblioteca Casanatense, splendida cornice di una tradizione umanistica ormai perduta. Si presenta una nuova e importante inchiesta sui lettori italiani che conferma la nostra clamorosa arretratezza. Il viceministro Francesco Maria Giro si lancia in un´appassionata orazione in difesa della cultura e dei libri, elencando la penuria dei fondi italiani al cospetto delle sorelle europee con la meticolosità di un opinionista distaccato, quasi che parrebbe scortese ricordargli che è sottosegretario del ministero dei Beni Culturali, membro di un governo che ha tagliato i fondi.
Nella platea affollata da figure di primo piano dell´editoria, il suo accalorato invito ad applaudire il ministro Bondi, appena sostituito da Galan, produce l´isolato battimano di un funzionario zelante, che gela ancor più la sala. Durante l´intervento del sottosegretario, Gianarturo Ferrari nasconde la faccia dietro le mani. Da oltre un anno presiede il Centro per il libro, un istituto del ministero creato per allargare la lettura. Alla fine non resiste. «La base dei lettori italiani è vergognosamente ristretta, ma a nessuno sembra importare granché», dice riemergendo dal faticoso esercizio di autocontrollo. «Non se ne fa carico la mano pubblica ma neppure quella privata. Se al complesso della nostra comunità nazionale va bene che legga solo un terzo della popolazione, io poco ci posso fare... ».


Ferrari, dopo un anno, è questo il bilancio malinconico?
«Perché, cosa ho detto? Forse sono stato un po´ brusco, spinto dalla passione. Il problema centrale è l´esiguità della base dei lettori. Anche questo nuovo rapporto sull´acquisto e la lettura, che abbiamo realizzato grazie alla Nielsen, documenta che legge solo un terzo degli italiani adulti. Ma non mi sembra che ce ne preoccupiamo più di tanto. Non se ne fa carico lo Stato, che avverte più l´urgenza della tutela del patrimonio artistico. E non se ne fanno carico gli
editori, che guidano un´industria prospera e dunque non avvertono grandi differenze rispetto ailoro omologhi europei. Da qui il loro scarso impegno».


Per la verità oggi mancano i fondi anche per la tutela.
«Questo è indubbio, ma quel che ho potuto vedere dal mio osservatorio è che manca una tradizione statale di sensibilità al mondo del libro. Nei suoi 150 anni di storia, lo Stato italiano non s´è mai occupato di allargare la lettura, con una politica di intervento e modifica delle abitudini degli italiani. L´ha fatto soltanto sotto un regime totalitario, dunque non possiamo indicarlo come esempio. Occorrono risorse che non ci sono».


Anche al Centro del Libro sono stati tagliati i finanziamenti.
«Non posso negarlo, ma non è solo una questione di fondi. Quando siamo partiti, volevo mettere in piedi Fahrenheit 451, un´associazione finanziata da 451 soci con una quota ciascuno di diecimila euro. Ma non riesco a farla diventare una onlus, che permetterebbe di dedurre almeno in parte dal fisco il finanziamento. Questo cosa vuol dire? Che se devo restaurare una biblioteca o conservare un bene, ho la possibilità di creare una onlus; se devo allargare la lettura, non dispongo della stessa opportunità. Il problema dei fondi c´è, ma quel che manca nel nostro paese è il riconoscimento del valore sociale della lettura».


Come lo spiega?
«La cultura è sempre stata patrimonio di un´élite, dunque dal popolo assimilata a qualcosa di esclusivo e vessatorio. Non è mai diventata veramente democratica. È la memoria del servaggio passato che ha poi spinto moltitudini verso l´incultura ostentata ed esibita e verso la devastazione del paesaggio. La massa s´è sentita disprezzata dal ceto colto».


Oggi è la cultura a essere disprezzata dai governanti.
«Non ci vorrebbe poi molto per far leggere gli italiani. Basterebbero dieci milioni di euro all´anno per quindici anni».


Per spenderli come?
«Partiamo da una premessa: i lettori sono coloro che sono venuti a contatto continuativamente con i libri. Da qui il proposito di mettere a contatto con i libri tutti gli italiani, indipendentemente dalla classe di appartenenza, che nelle abitudini di lettura continua a incidere troppo. Basterebbe seguire il futuro lettore dalla nascita, e accompagnarlo per un pezzo della sua carriera scolastica: un primo pacchetto di libri distribuito gratuitamente in
culla, poi all´ingresso della scuola elementare, e ancora una bibliotechina in dotazione alla fine
della scuola primaria. Facendo così, potremmo allargare la lettura dal 33 al 50 per cento».


Lei di quanti fondi dispone?
«Non più di 2 o 3 milioni di euro l´anno. E - ripeto - è difficile convincere imprenditori privati a investimenti a lungo termine. Anche questa nuova ricerca attesta che l´e-book da noi non ha sfondato».


Siamo più lenti nel cambiare abitudini di lettura?
«Noi siamo lettori di formazione umanistica: leggiamo di tutto, dal giallo al libro storico, dal classico al saggio sulla musica. In America la lettura è più circoscritta: ciascuno coltiva un interesse particolare e sceglie i libri sulla base della propria passione. L´e-book è uno strumento che funziona meglio nella lettura segmentata».


Quanto ci vorrà per soppiantare il cartaceo?
«Più o meno una ventina d´anni. Tra le ragioni che decreteranno il successo dell´e-book c´è anche che costa meno del libro di carta. Non dimentichiamoci che il calo del prezzo fece la fortuna della stampa e di Gutenberg. Prima era come comprare una Ferrari».


Oggi però i libri di carta non costano come i codici miniati.
«Ne compriamo sempre troppo pochi. Con i nostri indici di lettura, è impensabile che il paese possa svilupparsi, però il sentimento generalmente condiviso è che vada bene così. Nessuno se ne fa carico».


Fonte: SIMONETTA FIORI - la Repubblica (Giovedì 24 Marzo 2011)

mercoledì 16 febbraio 2011

Un re disabile e i paradossi della storia

Nell' Inghilterra del 1920. Albert Frederick Arthur George Windsor, duca di York e secondogenito di re Giorgio V, conviveva con una balbuzie nevrotica che gli impediva le apparizioni pubbliche: la radio era ormai divenuta uno strumento indispensabile per i governi e la necessità di pronunciarvi discorsi amplificava sino allo spasimo il suo handicap.
Tra mille ansie e ripensamenti, il duca inizia una terapia presso un logopedista dilettante. Restio ad ogni rapporto con il potere, l' ironia feroce della storia lo prende di mira. Morto il re, il fratello Edward Albert sale al trono con il nome di Edoardo VIII. E' notissimo l'esito di quel breve regno: il nuovo re al posto degli oneri dell' incarico regale preferì l' amore di Wallis Simpson e abdicò a favore del fratello minore. Il duca di York fu costretto così a mettersi alla prova non solo di fronte al peso della corona, ma alle minacce incombenti della guerra mondiale
Il discorso del re di Tom Hooper analizza con grande finezza il tema della disabilita, leggendone i nessi con la vicenda intima del protagonista: i suoi rapporti con la famiglia e con il ruolo pubblico che lo opprime. Nelle sottili e divertenti sedute scopre con una enorme fatica i lacci della sua prigione: un padre autoritario; un fratello aggressivo, che lo ha sbeffeggiato sin dall' infanzia. Ha nascosto questo peso psicologico dietro il formalismo della posizione sociale e non vuole rompere la sua gabbia.
Un disabile, tra angosce private e tragedie storiche
Privo di amici, incapace di esprimere sentimenti, il duca viene costretto dal suo improvvisato terapeuta a guardare dentro il proprio abisso personale. Il regista ha uno sguardo acuto nel differenziare gli ambienti: le scene pubbliche, dominate dalla folla della corte, sono riprese con una lente deformante che esplicità il senso di paura verso una funzione troppo dura da sostenere. Lo spazio della terapia è spoglio, popolato da disegni informi che alludono alle sue paure. Il percorso tortuoso per far luce in se stessi è narrato senza inutili simbolismi. Disabilità e angosce private sono narrate dentro il tragico districarsi della storia.
In una splendida scena risolutiva, il duca -certo che diventerà re- scopre la propria violenza nascosta insultando il medico. Quella scoperta ne scioglie la costrizione emotiva, permettendo il suo cammino verso la presa di coscienza e la guarigione ( almeno parziale).
Il film è sorretto da due interpretazioni incredibili, quelle di Colin Firth (Giorgio VI) e Geoffrey Rush (Lionel Logue). L' handicap è descritto senza concessioni al sentimentalismo e la vicenda ne sottolinea le implicazioni sociali. La narrazione procede per dialoghi brillanti, che esplicitano verità amare. La disabilità è una costruzione sociale, nasce dal giudizio pubblico. Come esseri umani tutti noi abbiamo una qualche fragilità – fisica o interiore. E' la durezza spietata del mondo a costruire il destino del disabili.
Il re Giorgio VI è riuscito a trovare le risorse interiori per fronteggiare questa durezza sin dentro una guerra mondiale. I bagliori finali di morte ci fanno uscire non troppo sereni da questa storia di coraggio.
( In uscita sul mensile Confronti )

martedì 15 febbraio 2011

Un viaggio nel dolore

L' evoluzione dell' editoria e l' avvento delle tecnologie digitali mettono a disposizione di una platea amplissima di lettori la possibilità di scrivere e pubblicare le proprie storie. Si sta creando una produzione di letteratura " autoprodotta" , al di fuori dei tradizionali canali di distribuzione delle grandi librerie: romanzi, biografie, poesie. Si tratta di testi importanti che ci aiutano a capire meglio il disagio e le paure del nostro tempo. Claudia Amadei ci regala in Voci nell’ombra (edizioni OTMA, 2010, Milano) il racconto vivido e insieme doloroso di un periodo drammatico della sua vita. Il matrimonio con un uomo tormentato viene segnato dalla nascita di Raffaele, un figlio a cui viene diagnosticato un disturbo bipolare della personalità.
L' arrivo di un figlio disabile è una sorta di cartina al tornasole sulla capacità di resistenza di una famiglia: ne mette alla prova il mondo emotivo, le relazioni e la vita lavorativa. A proposito del comportamento del figlio, l' autrice scrive: " Nutriva un enorme "sete" di essere approvato, gradito, rassicurato. Così per far sentire la sua voce, il suo grido di disperazione, rifutava di essere un bravo bambino, Era la sua sfida.. alla scuola, alla famiglia, alla società per vedere se sarebbe stato approvato così per quello che era " ( p.40).
Il racconto si snoda attraverso le tappe di un lungo, doloroso calvario: i contrasti con il marito, le difficolta con la propria madre, le disavventure del lavoro. Il capitolo chiave è l’ultimo che non a caso s’intitola “Una luce in fondo al tunnel“. Dopo una serie di vicende drammatiche, Claudia arriva ad una nuova consapevolezza di sè e del suo ruolo nel mondo. Scopre la funzione della scrittura e accetta sino in fondo il carico di dolore che la vita gli ha riservato. Il libro si chiude su una tonalità di speranza, un sentimento consapevole e non consolatorio: “..senza neppure rendefrmi conto mi stupirò un giorno di pensare al fascino irresistibile ed inquietante di una scalata e lassù aggrappata ad una roccia mi sentirò persino fortunata, la prescelta colei che ha ricevuto l’onore… e l’emozione di avere un figlio speciale come il mio piccolo grande RAFFA“ ( p. 68).
Completano il volume una serie di intense poesie, in cui Claudia Amadei con un lirismo appassionato dà voce ai propri sentimenti, alla rabbia verso una società ingiusta, ad un profondo, radicato bisogno d'amore e alla disponiblità verso una nuova vita. Il suo itinerario in prosa e in versi dà vita ad un libro di grande sensibilità, che aiuta a capire meglio il nostro tempo inquieto.

Il Salone editoria dell’impegno a Grottaferrata, 9 - 17 aprile 2011

Dal 9 al 17 aprile 2011, a Grottaferrata (Rm) si terrà la prima edizione del Salone editoria dell’impegno, un salone nazionale dedicato alle case editrici che con le loro pubblicazioni affrontano temi sociali, etici, religiosi. Con questa iniziativa si intende recuperare il patrimonio culturale che l’Abbazia di San Nilo, attorno alla quale la città di Grottaferrata è sorta e si è sviluppata, ha lasciato in eredità. L’elemento più importante della sua storia è sicuramente l’interesse per l’universo del libro. Ne sono testimonianza lo scriptorium, le biblioteche, gli archivi, il laboratorio di restauro del libro, lo scambio culturale tra Oriente e Occidente, sviluppatisi, in oltre mille anni di storia, all’ombra dell’Abbazia.
La partecipazione al progetto dell’Università di Roma – Tor Vergata, insediata ed operante nel territorio, è garanzia dell’alto valore culturale che la città gli attribuisce.Tra le molteplici iniziative in programma per far vivere Grottaferrata come “città del libro”, in collegamento con le altre simili esperienze già attive in diverse nazioni dell’Unione Europea, spicca per importanza il Salone dell’editoria dell’impegno.
Il programma del Salone editoria dell’impegno organizzato dalla Lg Maveric Communication e curato da Mario Bertin e Gianfranco Proietti, prevede una serie di eventi in grado di catalizzare l’interesse del pubblico e dei diversi mezzi di comunicazione.Tra le iniziative è da sottolineare l’allestimento di una mostra antologica di Mino Maccari: la satira sociale nelle opere di un maestro del ‘900” a partire dalle illustrazioni della rivista Il Selvaggio, rivista nata nel 1924 che ospitò autorevoli collaboratori quali Leo Longanesi, fino alla graffiante produzione degli anni ’60 per la rivista Il mondo di Mario Pannunzio.Una attenzione particolare verrà riservata al caso delle Edizioni di Comunità e al progetto di Adriano Olivetti, sul quale sarà allestita anche una mostra.
In questo quadro, verrà ricordato l’ing.Mario Tchou, che per la Olivetti ebbe la responsabilità del settore informatico e realizzò l’Elea 9003, il primo computer a transistor al mondo, che iniziò quella rivoluzione elettronica che ci ha portato ai tablet ed e-book di oggi. Autori in rete è uno spazio innovativo dedicato al mondo dell’editoria “autoprodotta”, ovvero il vasto universo di autori che utilizzano siti web specializzati per auto promuovere le proprie opere letterarie. E’ questo un segmento culturale al momento non rappresentato in alcun evento di rilevanza pubblica.
Altre iniziative di notevole impatto sono le Anteprime letterarie dove verranno presentati i libri di narrativa italiana e internazionale, che affrontano particolari tematiche sociali, proposti per la stagione estiva delle principali case editrici.In collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata e l’Associazione Microcosmi Onlus, verrà allestito il corner del libro antico dove tutti coloro che possiedono o sono interessati ai libri antichi possono trovare personale qualificato che dia risposte ai loro quesiti. Sono previste visite guidate gratuite all’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata, in particolare alla Biblioteca del Monumento Nazionale e al Laboratorio di Restauro del Libro. Saranno promosse, in collaborazione con diverse Istituzioni culturali, la realizzazione di una serie di pubblicazioni dedicate ai principali eventi del Salone editoria dell’impegno.
Tra i convegni previsti è da segnalare Il ruolo dell’editoria nella costruzione dell’Italia Repubblicana che si prevede di realizzare in collaborazione con il Comitato Interministeriale per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e uno sulle vicende, la cultura, i problemi delle popolazioni Rom nell’attuale situazione italiana ed europea, accompagnata da una mostra sull’eccidio nazista delle popolazioni Rom e Sinti, in occasione della giornata internazionale dedicata alla memoria del Parajmos.
Sarà allestito uno studio televisivo all’interno della sala convegni del Salone editoria dell’impegno in modo da poter trasmettere via web gli incontri con gli autori e le presentazioni delle Anteprime letterarie. Sono inoltre previsti una serie di eventi serali, concerti e altri momenti di spettacolo, legati alle tematiche del Salone che chiuderanno le serate di Grottaferrata.
Prenotazione: 067231174
Luogo: Grottaferrata (Roma) , 2000 mq all’interno della Fiera Nazionale di Grottaferrata
Indirizzo: Viale San Nilo

mercoledì 26 gennaio 2011

L' ultimo Clint Eastwood: raccontare il limite

Con Hereafter Clint Eastwood conclude una sua lunga riflessione sui temi fondamentali dell'esistenza (la vita, la malattia, la morte), iniziata almeno dal 2002 con un film molto bello, e poco studiato come Debito di sangue. E' venuta così emergendo la personalità autentica di un autore interessato ad interrogarsi sulla condizione umana e i suoi limiti, con alcune caratteristiche insolite rispetto al cinema degli ultimi decenni. Innanzi tutto, va ricordata la classicità del suo stile narrativo. Eastwood ama il cinema della grande Hollywood, quella degli anni 1940-60, fondata sulla struttura compositiva, la centralità dei personaggi e delle storie.
Insegue quindi la costruzione lucida, razionale della trama, insieme ad un uso ben controllato della recitazione. Il dato più interessante è però un'altro. Da tempo il regista è venuto legando le possibilità del racconto ad una precisione visione del mondo. Nelle sue opere recenti appare sempre più preoccupato da una condizione dell'uomo contemporaneo, dominata dall'egoismo, dalla violenza e dalla sopraffazione. La sua non è però un' analisi politica, ma ha un tono e uno sguardo più interiori, di carattere etico. Quella di Eastwood è l' analisi dolorosa di chi si interroga di fronte al mistero, con sincerità e un profondo sentimento di smarrimento.


Un tema molto rischioso


Si veda la struttura di Hereafter, dedicato ad un tema rischiosissimo, che poteva facilmente scadere nel ridicolo: la morte e la possibilità di comunicare con i morti. Con una formula assai consueta, tre storie diverse, ambientate in tre diverse città d' Europa e d' America, si intrecciano fino a confluire in una finale comune. A San Francisco si nasconde il sensitivo George, un uomo che ha una maledizione (così la definisce) cui cerca di sfuggire: parlare con i morti. A Londra Marcus, un dodicenne con la madre tossica e un fratellino gemello, vive una condizione di emarginazione e sofferenza. A Parigi infine lavora Marie, giornalista televisiva di successo, che si interroga dopo essere sopravvissuta al terribile tsunami dell' Indonesia
La chiave interpretativa per comprendere il film sta nei dieci minuti della sequenza iniziale, girata integramente al computer. Giudicata unanimemente come una delle scene più strazianti e terribili mai visti al cinema, definisce la cornice in cui poi i vari personaggi si muoveranno. Il maremoto evoca una situazione estrema di precarietà e di morte , in cui l' uomo moderno è gettato, ma di cui sembra rifiutarsi di prendere coscienza. Basta un caso (altro tema centrale del film) e la situazione dell' individuo può cambiare: dalla ricchezza e dalla stabilità si può precipitare all' improvviso nel dolore e nella morte. Tutti i personaggi del film sono costretti a fare i conti con questa finitezza e chiamati a delle scelte radicali.


Raccontare con umiltà


Il regista ci narra questo grumo di sentimenti e di domande complicatissime con una semplicità ed una umiltà narrativa ammirevoli. Non si schiera per una tesi ideologica o religiosa, ma le racconta tutte, passando con fluidità dal tono spaventoso dell'inizio a quello più lieve di altri momenti (il corso di cucina italiana, un funerale e una storia d' amore contemplati con ironia).
Sembra quasi volerci dire una verità struggente. Degli uomini posso raccontare solo questo: il mistero di un' alternanza casuale di tragedia e leggerezza, entro cui dobbiamo costruire la nostra umanità. Il richiamo a Charles Dickens nel film è sintomatico. Grazie a questo rigore narrativo, il regista ci ha dato un' altra opera che crescerà nel tempo.


( In uscita sul prossimo numero di " Confronti")

lunedì 24 gennaio 2011

Una riflessione dopo il referendum FIAT a Mirafiori

Questo testo verrà pubblicata come editoriale sul prossimo numero del mensile Confronti


Dopo il referendum tra i lavoratori della Fiat a Mirafiori sulla proposta produttiva di Sergio Marchionne, che modifica radicalmente le relazioni sindacali in fabbrica, è molto difficile prevedere come si evolveranno i rapporti tra azienda e lavoratori e quali saranno le conseguenze di questa vicenda sulla crisi politica italiana - in preda ormai ad un crescente corrompimento.
Un primo dato comunque va messo in evidenza. Le percentuali di 45% a favore del No e 55 % a favore del Si segnalano che non c' è stato il plebiscito auspicato da un' impressionante coalizione di forze politico-mediatiche ( presidente del consiglio, ministri, Confindustria, televisioni, grandi giornali, ecc). Dalla realtà concreta della fabbrica, da quei settori che sperimentano ogni giorno la fatica fisica e psichica di produrre è emersa una volonta comune di far pesare la propria opinione su un tema essenziale in una democrazia: i diritti, il rapporto tra lavoro e vita quotidiana delle persone. Pochi, per esempio, hanno ricordato un nodo esistenziale importante come l' età media di quei lavoratori che passavano dinanzi ai tornelli ( e spesso si trattava di donne con figli).
Se si riflette da quali anni veniamo, questo voto costringerà di nuovo tutti a discutere di lavoro. Il ciclo politico- sindacale iniziato con gli anni novanta del secolo scorso è stato caratterizzato dalla scomparsa del senso e del ruolo sociale del lavoro dalla scena pubblica. Il sistema politico si è contratto in una drammatica autoreferenzialità: alla violenta prevalenza del blocco sociale populista e corporativo non ha corrisposto da parte delle forze democratiche e di sinistra - nel loro complesso - la proposta di un' alternativa che fosse insieme radicale e credibile.


Ma le classi esistono ancora?


Sul versante sociale, mentre prevaleva la frammentazione dei ceti e la precarizzazione del lavoro, si sono diffuse nell'immaginario ideologie ipocrite sulla scomparsa degli operai e delle classi sociali. Il clamore televisivo benediceva il trionfo di un ceto medio universale, pronto al benessere diffuso e al progresso indefinito.
Da due anni la realtà - dura come un macigno - ha smentito queste illusioni. Non mi riferisco solo ai dati generali di una crisi mondiale, che pure pesa fortemente su questa vicenda. E' una crisi che vede al centro la ristrutturazione di settori come le grandi banche e tutto il comparto dell' automobile: si dovrà decidere prima o poi se l' auto è ancora un modello di trasporto sostenibile per il futuro del globo.
Mi riferisco invece alle condizioni specifiche della società italiana che faticano ad emergere nei dibattiti televisivi. Se li si vuole ascoltare, i dati parlano con chiarezza. Secondo l' Istat, nel 2009 l’incidenza della povertà relativa è stata pari al 10,8%, mentre quella della povertà assoluta risultava del 4,7%. Sull' area della povertà e dell' emarginazione incide pesantemente il tracollo di servizi sociali fondamentali come la scuola e la sanità.
Riguardo invece al mondo del lavoro, il meccanismo della precarietà tocca 3.757.000 individui , tra i quali uno su quattro non è occupato. Il quadro si completa se ricordiamo che l' 80% del sistema industriale è costituito da piccole aziende ( tra 15 e 50 operai), in pesante difficoltà nella concorrenza globale. A questi numeri va poi aggiunta la disoccupazione (in specie, quella giovanile).


La solitudine del lavoro


Per avere un panorama realistico della condizione di sofferenza e di frammentazione del lavoro operaio, che esiste e resiste con grande determinazione, si può leggere uno splendido libro- inchiesta come Diario operaio ( Ediesse, 2010): un grande inviato come Rinaldo Gianola vi racconta con drammatica concretezza la realtà viva della solitudine del lavoro operaio.
Quel 45 % degli operai FIAT, con la propria presenza corporea, ha fornito una risposta immediata, ma precisa: una crisi di questa natura non può essere risolta attraverso una diminuzione secca di diritti elementari come la difesa dalla fatica psicofisica e la possibilità di votare per i rappresentanti che si scelgono.
Sono tanti i problemi politici ed economici che dovranno essere affrontati nei prossimi mesi: il futuro europeo e mondiale dell'auto; il collasso del governo Berlusconi; l' incapacità della politica di dare rappresentanza al lavoro subordinato e alla sue mille sofferenze in questa fase nuova.
Sul piano sindacale, c' è da augurarsi per ora che FIOM e CGIL rafforzino quel legame unitario, rinnovato con la segreteria di Susanna Camusso, evitando nuove e drammatiche frammentazioni. Nel medio periodo, è poi evidente che la divisione tra i sindacati confederali è un danno pesante per tutti. A questa divisione contribuisce un' azione di pericolosa strumentalizzazione politica da parte di alcune forze di governo. Questo tema sarà destinato ad emergere sempre di più nel prossimo futuro.
E' ovvio che all'isolamento corporativo si risponde solo con la ricostruzione paziente di esperienze unitarie tra i vari segmenti oggi separati dell'arcipelago-lavoro: operai di fabbrica, lavoratori precari e parasubordinato, disoccupati.
La strada per ridare visibilità pubblica alla solitudine operaia è ancora lunga.