domenica 24 gennaio 2010

Volontariato e terzo settore: una nuova identità ?

La polemica che il mese scorso ha visto Roberto Calderoli (ministro per la semplificazione della Lega nord) scagliarsi contro il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi sulla questione dell’immigrazione, e più in generale sui nodi delle politiche di integration sociale è solo l’ultimo atto di una serie di episodi che da tempo segnano con durezza il dibattito pubblico. L’accusa ricorrente a chiunque sostenga la necessità di sviluppare solidarietà social o comunque posizioni di impegno etico verso I più fragili, siano essi cittadini italiani o migranti, e quella di «cattocomunismo ».

“ Catto-comunisti”: un termine tra fantasia e realtà

Come e noto, questo termine della polemica politico-culturale aveva riferimenti assai solidi alla realtà della storia italiana antecedente al 1989. Oggi l’uso di quell’aggettivo ha soltanto una finalità magica: evoca spettri per un immaginario delle paure collettive. Nella concreta situazione italiana, scomparso il Pci, ridotta in coriandoli minutissimi la sinistra radicale, il quadro politico-sociale e il contesto intellettuale odierno appare del tutto diverso da quello degli anni Ottanta del secolo passato. Sono rimasti invece depositati nel tessuto del paese problemi di antica origine, con l’aggiunta di inedite tensioni sociali ed etiche, prodotte dalla società multiculturale.
Bastino pochi dati per questioni analizzate lungamente: crescita di povertà vecchie e nuove (percentuali intorno al 10%); crisi delle forme di lavoro garantito e aumento abnorme di un precariato senza regole (almeno 5 milione di persone); crollo dell’etica pubblica e diffusione di comportamenti distruttivi in gruppi sociali diffusi.
A questo rischio di un collasso della coesione nazionale si e aggiunto un elemento di origine internazionale che e stato inaspettato solo per chi non voleva vedere. La crisi economica mondiale degli ultimi due anni ha frantumato I dogmi basilari del liberismo economico: la competizione e il profitto come motore unico della vita economica e della psicologia degli individui; l’abbandono di ogni progetto di politica social verso I soggetti più fragili della società; l’esaltazione sfrenata di comportamenti consumistici in tutti gli ambiti di vita.
Questo cortocircuito disgregante sta toccando non solo I tradizionali settori «deboli» (disabili, anziani, immigrati, poveri), ma anche segmenti forti del ceto medio, un tempo più garantiti. Gli allarmi vengono da varie parti. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Ha dichiarato: «Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile».
Sul tema dell’immigrazione, la virulenta polemica tra esponenti leghisti e il mondo della solidarietà e delle associazioni laiche e cattoliche fa da cornice alla recente introduzione del reato di clandestinità, che sta producendo i primi morti, mentre si susseguono episodi di violenza contro i migranti in molte città italiane.


Iniziative e riflessioni sulle politiche sociali


Secondo un rapporto dell’agenzia Onu sul lavoro, l’Italia viene ormai giudicata un paese xenofobo e razzista nei confronti degli immigrati, soprattutto i rom. Non sono mancate le reazioni di componenti del mondo ecclesiale e di quelle realtà del cattolicesimo social, che continuano a lavorare e a testimoniare una vicinanza agli ultimi, tra sempre maggiori difficoltà e fuori dalle traversie del sistema politico. Il volontariato e il terzo settore avevano conosciuto dopo il 1980 una crescita notevolissima proprio in quei nodi dell’integrazione sociale, messi a dura prova dal nuovo contesto della società globale: sanità, assistenza, famiglia ecc. Tre iniziative di riflessione critica hanno segnalato di recente l’urgenza dei temi e il crescente disagio di fasce non secondarie dell’intellettualità e dell’associazionismo.
Il primo Salone dell’editoria sociale promosso, tra gli altri, dalla Comunità di Capodarco, dall’associazione Lunaria, dalla casa editrice Edizioni dell’Asino, dalla rivista Lo straniero e dall’agenzia Redattore sociale. Per tre giorni, giovani, operatori sociali, scrittori, studiosi e giornalisti hanno potuto discutere i temi sociali più importanti del momento, tentando di aprire un dialogo nuovo con una fetta più larga di società. Poche settimane dopo un altro convegno, ancora a Roma, si e interrogato sul tema Terzo settore, gli errori e il futuro: ne potete trovare gli atti sul sito Internet: http://www.presenzesociali.org/. Gli interventi introduttivi hanno segnalato questo bisogno di apertura e approfondimento: tra gli altri, quelli di Giuseppe De Rita, Goffredo Fofi e Wolfgang Sachs, lo scienziato tedesco, che lavora da anni sui temi dell’ambiente e della giustizia sociale. Significativo sopratutto ill sottotitolo del convegno, dedicato alle «prospettive dell’impegno sociale».
Sempre nella capitale si e svolta il 4 e il 5 dicembre un’altra importante assemblea del volontariato italiano, con l’intervento di sociologi, operatori ed esponenti di molte associazioni. Uno dei relatori al convegno, Marco Revelli, ha messo l’accento in un’intervista sul nodo cruciale della scarsità delle risorse per le politiche di solidarietà e sulla «... tenaglia tragica, rispetto alla quale l’economia e vulnerabile. Il gioco economico è spesso a somma zero. Il volontariato ha dalla sua, se ne è consapevole, la logica dei giochi a somma positiva, in cui entrambe le parti guadagnano. Di fronte a una contrazione delle risorse e a un aumento della domanda, entrano in campo l’invenzione, l’immaginazione. Le risorse del dono sono più elastiche di quelle del circuito monetario».

Questione social e progetti del “razzismo civico”

Il tema del prossimo futuro quindi è un altro: il groviglio di nuovi dilemmi etici, sociali e anche teologici, che non hanno nulla a che fare con l’antica stagione del cosiddetto cattocomunismo. Da quella stagione ereditiamo piuttosto lacerazioni irrisolte della società italiana e interrogativi di un mondo cattolico, la cui complessità non può essere semplificata con atteggiamenti sprezzanti. Citiamo alcuni fenomeni recenti che hanno interrogato non solo le forze politiche, ma la cultura e le chiese.
Sui centri di assistenza e di ascolto a livello locale, I gruppi di volontariato, le parrocchie e le comunità cristiane (cattoliche ed evangeliche), su tutti i punti di mediazione social insomma, si scaricano sempre di più situazioni umane esplosive, segnate da povertà ed emarginazione. Questo disagio, come la cronaca rimanda con un’enorme amplificazione mediatica, è tipico delle nuove metropoli globalizzate e non permette facili scorciatoie. Di fronte ai cambiamenti in atto, il progetto leghista ha focalizzato nell’ultimo periodo alcune caratteristiche originarie: un «razzismo civico», che vuole garantire la sicurezza delle comunità locali.
Si tratta di un vero e proprio progetto culturale, che utilizza un immaginario religioso. Ilvo Diamanti ha chiamato questa tendenza quella della «religione senza dio»: «Ai partiti populisti diviene possibile riattivare – e sfruttare – le componenti religiose dell’identità nazionale e territoriale. Non solo: la religione viene usata come strumento di consenso partigiano ed elettorale. Lo ha fatto la Lega fin dagli anni Novanta, in polemica aperta e dura contro la Chiesa nazionale, nemica della secessione. Lo scontro e proseguito in seguito, sui temi della solidarietà social, soprattutto verso gli immigrati. Sulla questione dell’integrazione, la Lega, in altri termini, si e proposta essa stessa alla guida di una religione senza Chiesa. E senza Dio» (la Repubblica, 7 dicembre , 2009).


E' possibile una nuova stagione di impegno sociale?

Si comprendono meglio le difficoltà di chi si dedica all’impegno solidale e quelle del laicato cattolico, degli operatori, sottoposti ad una forte pressione in basead una versione «etnica» della fede religiosa. Questa torsione neo-razzista può far correre all’identità plurale delle Chiese cristiane nella società moderna un rischio mortale di paganesimo, Una situazione complessa come questa sollecita almeno due o tre questioni. Dopo la stagione di forte impegno sociale degli anni Ottanta e Novanta – quella della nascita del volontariato e del suo primo affermarsi – il Terzo settore ha registrato una caduta della partecipazione e una difficoltà a fronteggiare le nuove forme dell’emarginazione.
Sul piano etico e spirituale siamo da almeno un decennio dentro una mutazione mediatica e antropologica: le idee di solidarietà, giustizia social e eguali diritti si sono pian piano trasformate in una concezione pietistica della beneficenza, come atto privatistico e consolatorio.
La domanda che emerge e evidente: esiste oggi un progetto etico, o più modelli di comportamento pubblico, che possano indicare una soluzione, o almeno una prospettiva a queste difficoltà? Il conservatorismo «compassionevole» degli anni di Bush rischia di trasformarsi in una deriva conflittuale tra gruppi etnici e culturali, che alla fine del percorso ha un solo sbocco: quella guerra di civiltà, da tutti avversata a parole. Porremmo nei prossimi mesi questi interrogativi ad un serie di voci interessate a capire e a cercare strade nuove.
I temi sono difficili, ma come ha sottolineato a Roma Goffredo Fofi,«se non sono le minoranze attive e morali a cercare le nuove strade, anche le più difficili, chi potrà mai farlo? E se non siamo noi a mettere il sale, chi altro sembra disposto oggi a farlo?». Il dibattito e aperto, come si usa dire, e forse è bene che lo rimanga.
( Pubblicato sul n. di Confronti di Gennaio 2010)

I fratelli Coen e le domande senza senso

I fratelli Joel ed Ethen Coen ci hanno abituati sin dai loro primi film a protagonisti stralunati, privi di un rapporto armonico col mondo. Da Barton Fink – è successo a hollywood(1991) a Fargo (1996) a Il grande Lebowski (1998), vivono tutti nell' nell' ansia più angosciosa, subendo avvenimenti di cui faticano a ricostruire il senso.
La verà novità del loro cinema e' lo stile narrativo che non ha nulla dei consueti schemi del cinema americano. Nessuna notazione realistica, ma una girandola di citazioni dei generi consolidati, che alterna commedia e tragedia con continui rimandi allusivi. Non a caso per il loro cinema viene sempre richiamata la tradizione di provenienza : il mondo ebraico che gli fornisce umori, storie e idiosincrasie.

Gli incubi della normalità

Anche in questo ' ultimo A serious man (2009) ritroviamo queste tonalità nella storia di Larry Gopnik, il tipico uomo medio con una vita apparentemente normale, a cui ci ha abituato tanta narrativa americana. Professore di fisica in una piccola università del Middle West, scopre con uno stupore inebetito i mille guai della sua vita : la moglie vuole il divorzio, la figlia mente in continuazione, il fratello irresponsabile si caccia in guai terribili, e infine la sua facoltà non vuole rinnovargli il contratto di lavoro.Da ebreo rispettoso, si rivolge a ben tre rabbini, alla ricerca di una soluzione al suo disagio inspiegabile. Non solo non riceve nessuna risposta credibile, ma le poche frasi smozzicate e misteriose aumentano il suo disagio: Dio gli appare avvolto in una dimensione lontana e oscura.

Uu mondo senza consolazione

Tutto il film è segnato da questo sentimento di solitudine e di minaccia imminente, che si precisa in modo aperto in un finale da non rivelare. I due registi hanno dato agli spettatori un’ indicazione abbastanza chiara sulle fonti ispiratrici della vicenda. In un breve prologno ambientanto in Polonia in uno shtetl ( il borgo ebraico), un uomo e una donna ricevono nella notte la visita di un dybbuk : nellla tradizione, è lo spirito disincarnato di un defunto che cerca di possedere gli esseri viventi, per portare a compimento dei compiti non realizzati in vita.
Anche questa introduzione, pronunciata in una lingua incomprensibile, aumenta il senso del mistero. I Coen confermano la loro visione di un mondo senza consolazione, su cui hanno ironizzato nelle opere precedenti, e in particolare nelle due più riuscite: una commedia con un morale molto seria come Fratello dove sei? ( 2000 ) e un film tragico come L' uomo che non c'era ( 2001 ), capace di sconfinare nel grottesco più aperto.
Quest' ultimo protagonista è un novello Giobbe, perseguitato dall' azione malvagia di un dio oscuro. Agli spettatori sconcertati da questa gelida allegria, consiglio la lettura di uno splendido libro di un critico come Guido Fink: Non solo Woody Allen. La tradizione ebraica nel cinema americano (Marsilio). Qui troverete due temi che sono alla base del lavoro dei fratelli Coen : il dybbuk - appunto - lo spirito non più uomo e non ancora trapassato, e la tendenza a porre domande più che a fornire risposte. Se le domande sono così divertenti, ne vale comunque la pena.

( Pubblicato sul n. di Confronti di Gennaio 2010)

lunedì 21 dicembre 2009

Ho un amico con tanti difetti...

Ho un amico, con cui non parlo molto.
Su di lui vorrei raccontare una storia e suggerirvi di visitare il suo blog.
Si chiama Vittorio Orsini e non ama molto le lodi. Quindi vi parlerò dei suoi difetti.
E' giovane innanzi tutto e questo - per un vecchio come me - è un colpa grave che mi desta melanconie furiose.
Ha altre due pessime caratteristiche. Innanzi tutto è' spiritoso con una precisione e una perfidia che gli invidio con tutto il cuore: alla mia età sto diventando crepuscolare da far quasi schifo. Ma è la sua terza peculiarità a suscitarmi gerlosie notturne.
Ama il cinema nell' identica maniera viscerale con cui lo amo io. Vive a Roma in una bella casa e nella sua stanza mi ha permesso di guardare una collezione di dvd tra le più complete che mi sia capitato di vedere.
Ma non basta: sul cinema americano ( in particolare sul noir), sulla commedia italiana (da Totò ad oggi) ha una conoscenza così puntuale e precisa che già cominciano a chiamarlo per iniziative culturali. Può ricordare con precisione titoli, nomi di attori e registi, formulando opinioni critiche sempre originali. E tutto questo a poco più di vent'anni.
Ma vi pare possibile ? io ci sono riuscito solo dopo i cinquanta!!
In questi giorni mi ha suscitato l' ultima invidia: ha aperto un blog sul cinema, ed è bellissimo, accidenti! Colorato, pieno di immagini originali e scritto benissimo.
Provate a visitarlo e vedrete: ne vale la pena.
Ma non fategli delle lodi, come vi ho detto : si arrabbierebbe...

Ciao, Vittorio: e continua così!!

Link

http://viaggiatoredifilm.blogspot.com/

martedì 15 dicembre 2009

Una rivista dentro l' apocalisse

Qualche settimana fa, in un pomeriggio di questo inverno grigio e aggrondato, mi è capitato di sfogliare uno degli ultimi numeri di Loop, la rivista di riflessione critica sui nuovi movimenti, nati dentro la crisi globale, che trovate in libreria e in edicola da quasi anno.
Ero a Firenze per una riunione del Coordinamento delle riviste italiane di cultura (Cric) , che si svolgeva in un posto per me singolare e importante: la sala del Consiglio della Regione Toscana.

Le riviste dentro l' apocalisse

Seduto tra i banchi dove si riuniscono i gruppi politici consiliari mi veniva fatto di pensare che le riviste di cultura in Italia hanno avuto uno strano destino. Si sono mosse dal secondo dopoguerra ( ma anche prima probabilmente) tra due poli contigui: quello della radicalità dei gruppi intellettuali, che si aggregavano per leggere il mondo con un proprio punto di vista autonomo, e quello istituzionale, politico, di chi produceva o razionalizzava le ideologie dominanti. Tra queste due polarità vi erano mille sfumature, compromissioni e scissioni che sono state il filo sotterraneo della tormentata storia nazionale.
Loop rispecchia abbastanza bene questo schema. Attraverso il reticolo di una grafica sorprendente e ricca di sfumature, dalla lettura dei primi numeri ricavo l’ idea di due sorgenti intellettuali che mi sembrano aver nutrito la ricerca della rivista. Il primo è sicuramente quel grumo di questioni irrisolte che riassumiamo in genere con un termine ovvio: il 1977. In quell’ anno vennero alla luce molte mutazioni che -come accade sempre in Italia . ci misero un decennio a diffondersi nel corpo sociale: quella del Pci, come forma partito uscita dal secondo dopoguerra, quella del lavoro operaio della grande fabbrica centrale, su cui l’ operaismo italiano nelle sue diverse diramazioni aveva lavorato, fuori e dentro il Pci ( due nomi per tutti, e ci si perdoni la banalità: Mario Tronti e Antonio Negri).
Il 1977 rappresento però in positivo l’ emersione di un altro tema, che il marcire della crisi italiana ( terrorismo, ecc.) avrebbe soffocato per molto tempo: la creatività delle nuove forme di lavoro autonomo. Naturalmente il pensiero va alle radio libere e all’ arte, ma oltre questi esempi scontati c’è il nodo bruciante delle nuove tendenze produttive, la fabbrica diffusa e il precariato, che stavano inglobando e frantumando i lavori tradizionali. Non è un caso che questi riferimenti circolano nelle pagine della rivista attraverso i nomi di Franco Berardi (Bifo), Mario Tronti, Andrea Colombo, Erri de Luca. Riflessione politica, letteratura e percorsi esistenziali si alternano qui in una fertile mescolanza.

Leggere il mondo globale

Ma il collettivo della rivista è interessato a orientarsi dentro una fase delle culture politiche della sinistra, che possiamo definire con un termine usurato post- ideologica. L’ occhio viene portato anche ad altri aspetti di una globalizzazione che include tutte le zone del pianeta. Troviamo quindi interventi sulle esperienze del nuovo socialismo dell’ America Latina , osservate da altri con troppa spocchia, e sulla politica del presidente Usa Obama a un anno dall’ insediamento.
Non a caso quindi l ‘ultimo numero è dedicato ad una questione cruciale per chi oggi si muove tra le membra lacerate e i frammenti dispersi della sinistra italiana,cercando nuove rotte: cosa si immagina vent’anni dopo la fine del comunismo? Ritroviamo, tra l' altro, riflessioni critiche di Franco Berardi (Bifo) su Communisme et barbarie accanto a resoconti sociali dal Giappone e dalla Bolivia. Da segnalare un brano narrativo di Eduardo Galeano, il grande autore di Memoria del fuoco e Le vene aperte dell’ America: una lettura struggente impatto emotivo.
Non tutto mi convince dell’ elaborazione in progress della rivista. Capisco l’ irruenza con cui molti articoli della rivista rivendicano l’autonomia e la radicalità dei movimenti sociali dentro una apocalisse evidente delle idee. Mi condanna al dubbio un’ ormai lontana gioventù passata a decifrare due opere di Mario Tronti: non solo la summa di Operai e capitale , ma anche quel suo libretto Sull’ autonomia del politico, che tanto discussione laceranti suscitò negli anni ottanta.

Insorgenze sociali e pratica della politica

Basti dire che dentro questa oscura stagione mi sembra ancora necessario tenere insieme il doppio movimento dell’ insorgenza sociale e di una pratica democratica delle istituzioni. Ce lo richiede, se non altro, la gravità della crisi ambientale su cui molti articoli insistono giustamente. Ma i dubbi per una bella rivista come Loop sono fecondi e quindi invitano a una nuova lettura dei prossimi numeri non solo nelle sale addobbate di uno storico Consiglio regionale, ma nella più prosaica e dolente realtà delle nostre metropoli. Buona lettura: non rimarrete delusi.

http://www.looponline.info/index.php/home

La famiglia e i suoi segreti

C’ è una regola non scritta nella storia del cinema: il film non riuscito di un grande autore ha spesso più motivi di interesse di un’ opera apparentemente perfetta, con i tempi narrativi giusti e la recitazione ben curata. Questa regola vale anche per Segreti di famiglia, l’ ultimo film di Francis Ford Coppola.
Malgrado abbia raggiunto un ‘età ragguardevole, il regista de Il padrino e di Apocalypse Now non ha perso il gusto della ricerca e della sperimentazione rischiosa. La vicenda è ambientata a Buenos Aires dove arriva improvvisamente Bennie, un ragazzo ancora minorenne alla ricerca del fratello maggiore Angel, rifugiatosi in Argentina per sfuggire ad un padre grande musicista e uomo autoritario.

La famiglia: l' eterno spazio dell' ansia


Angel ha ereditato da lui la passione per l’ arte e la creatività, cercando di realizzarla nella scrittura. Per una ragione misteriosa, che il fratello più giovane ha il bisogno ovvio di svelare, Angel ad un certo momento ha abbandonato la letteratura e si è rifugiato in un altro paese, cambiando vita ed identità. Bennie è innamorato anche lui dell’arte come strumento per raccontare i conflitti dell’ anima. Il suo arrivo sconvolge in pochi giorni i fragili equilibri del fratello, che nascondono angosce e nodi emotivi irrisolti.
L’ evoluzione del racconto e la conclusione sono disposti dal regista secondo i canoni classici del melodramma cinematografico ds Douglas Sirk a Scorsese: gelosie tra fratelli, conflitti familiari a sfondo edipico, interrogativi sulle questioni fondamentali della vita, “ la vita, la morte, l’ amore “ ( gli unici che vale la pena di porsi come amava dire proprio Martin Scorsese).
Il filo conduttore è quello caro al regista: la famiglia patriarcale è un universo protettivo e opprimente, da cui forse solo l’ arte permette di sfuggire. Ma la domanda che viene subito alla mente a Coppola è quasi banale: quale arte ? la ricerca personale dell’ artista ribelle agli schemi dominanti ? o quella commerciale di chi sia adegua al conformismo e al mercato?
Il racconto viene condotto con una tensione governata quasi sino all’estremo e un’agnizione finale, del tutto inaspettata. Certo, nella seconda parte si vedono alcuni difetti del film: l’ ambizione di riflettere su questioni universali lo spinge ad un finale affrettato e a brani di retorica pasticciata ( ad esempio, tutta la sequenza del premio letterario). Però per due terzi del film potrete vedere all’ opera un narratore vero, capace di usare le regole narrative e di sconvolgerle allo stesso tempo. Coppola ha scelto per raccontare l’ incontro – scontro tra due fratelli un bianco e nero struggente, a cui alterna frammenti di ricordi girati con colori sfavillanti.

Che cosa vediamo realmente di noi?


Il bianco e nero esprime benissimo l’ imbarazzata melanconia dei rapporti tra i due fratelli, il silenzio che colpisce chi si ama e non riesce quasi mai a dirselo. I colori oppressivi e luminosi del ricordo sono girati in digitale ed evidenziano invece la violenza di un passato permeato di cupezza. Qui le intenzioni del regista non prevaricano la narrazione, ma si mettono al servizio della storia e degli attori.
Uno degli interrogativi sotterranei del film è quello della luce, della visione che può illuminare meglio gli oggetti o renderci per sempre ciechi. In due sequenze molto belle, che si svolgono a teatro, il talento barocco di Coppola esplicita questo argomento con efficacia autentica. In fondo, tutto il film si muove intorno al tema dello sguardo e dei limiti che lo segnano, logorando la nostra esistenza. Il cinema può aiutarci ad aggiustare un po’ meglio la visione su un mondo che rimane oscuro, almeno in questo vita.
Coppola continua ancora a guardarsi intorno cercando immagini e riuscendo a sbagliare magnificamente.
( Di prossima uscita sul n. di gennaio del mensile Confronti)

martedì 8 dicembre 2009

Un film sulla Sindrome di Asperger

Esce in questi giorni a Roma e in altre città italiane il film Ben X, dedicato al tema della Sindrome di Asperger. Le associazioni delle famiglie ne discutono e già se ne parla molto anche in rete.
E' un film complesso e ricco di tante sollecitazioni, non solo narrative, ma psicologiche e sociali. Vale la pena vederlo e farlo conoscere. Questa è la mia solita recensione mensile per Confronti.



Il film di produzione belga-olandese Ben X è l'adattamento di un libro commissionato a Nic Balthazar per promuovere la lettura tra i giovani. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca drammatico (il suicidio di un adolescente autistico tormentato dai suoi compagni di classe), il romanzo ebbe un successo inaspettato. La fortuna di una ulteriore traduzione teatrale ha convinto i produttori ad affidare allo stesso Balthazar la versione cinematografica.

Vivere al computer

Ben, il protagonista, sembra possedere le caratteristiche di buona parte dei giovani d' oggi: ama il computer, frequenta un istituto professionale e vive con la madre, dopo l’ abbandono della famiglia da parte del padre legatosi ad un ‘altra donna. Si tratta invece un ragazzo “speciale” ( come si usa dire con un vocabolo abbastanza orrendo): non riesce a guardare con naturalezza il viso degli altri, suoni e rumori lo gettano nell’ ansia e passa la maggiora parte del suo tempo al computer.
Ben è' affetto da una patologia di cui fino a una diecina di anni si sapeva poco o nulla. Da qualche anno invece se parla molto, sia da noi che in tutto il mondo anglosassone: la sindrome di Asperger ( dal nome del pedagogista austriaco che l' ha diagnosticata e studiata a lungo). Viene spesso definita una variante dell'autismo ad alto funzionamento. Nella maggior parte dei casi, chi ne è affetto non vede colpita la sfera dell’ intelligenza cognitiva, ma piuttosto quella delle emozioni e delle relazioni sociali.
Ben vive in un mondo a parte in cui agli estranei è vietato l' accesso. Accede al suo universo parallelo attraverso il computer, che molti di questi giovani usano con ossessiva assiduità. Si immerge così nelle storie e nei personaggi dei videogiochi, identificandosi nelle imprese di un cavaliere medievale che diviene un alter ego immaginario: in quell’ universo affronta avventure guerresche e rapporti emozionanti.

Tra bullismo e fughe nell' immaginario


Ma la durezza della vita quotidiana lo costringerà a fare i conti con le prepotenze di due bulli della scuola e l' incapacità degli altri compagni di comprendere i tormenti della sua vita interiore.
Nic Balthazar ha giocato la trama del film su due piani riuscendo a integrarli con sensibilità ed equilibrio espressivo. Il primo è quello realistico dell' ambiente in cui il protagonista vive. La cattiveria dei suoi compagni di scuola è rappresentata con la giusta indignazione ed evidenza drammatica. E' il tema del bullismo che nella nostra società condanna spesso alla solitudine e all' oppressione chiunque abbia una qualche diversità.
L' altro livello è quello del mondo virtuale in cui Ben si rifugia: il cyberspazio, ricco di guerrieri, duelli e gentildonne, è descritto con un estro fantastico che incanta e commuove. I mostri e le avventure guerresche di un mondo immaginario aiutano il ragazzo a sopportare l' indifferenza e la violenza della realtà.
Complessivamente la vicenda è narrata con cura estrema per i dettagli psicologici e una forte partecipazione emotiva: non a caso il film è stato candidato all' Oscar per il Belgio nel 2007. Stimolati dalla storia di Ben X, uscirete dal cinema desiderosi di saperne di più su una sindrome difficile e dolorosa.
Vi suggeriamo di visitare almeno il sito Internet dell' associazione che in molte città italiane lavora su questo tema ormai da anni: http://asperger.it Vi troverete concetti, storie e iniziative sul tema, ma sopratutto un’ esperienza umana fondata sulla partecipazione personale, i valori etici e la speranza. L' unico modo per fronteggiare una malattia: o almeno per limitarne l' offesa.

( Pubblicata sul numero di Dicembre 2009 di Confronti)

domenica 6 dicembre 2009

Un poeta alla Casa del popolo












Ho conosciuto Ugo Lanzalone quasi cinque anni fa, nel circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Via Castelforte n. 4 e nella Casa del Popolo “Giuseppe Di Vittorio”.
Militante del PCI dal 1966 al 1989. ero convinto per lunga riflessione che non c'è sinistra possibile se non si affronta il nodo del governo - senza nitizzarlo, ovviamente. Per questo mi sembrava necessaria e urgente la battaglia unitaria del PRC per sconfiggere la politica del centrodestra di allora..

Un poeta sa ascoltare


L' incontro avvenne durante le nostre serate di lavoro politico: quelle importanti delle assemblee pubbliche e quelle più ripetitive e vuote dei giorni normali. Conoscevo bene la crisi più che decennale degli spazi sociali e della vita politica dei partiti storici: la discussione intorno a questa crisi si arrovellava ogni volta i rapporti umani , tra passioni e furori consueti nella storia recente della sinistra.
Ancora prima della sua formazione intellettuale, mi colpirono subito alcuni tratti del carattere di Ugo Lanzalone. Non amava i toni urlati: ironico e discreto, riusciva ad ascoltare con pazienza anche i ragionamenti per lui meno convincenti. Pur non rinunciando mai ad una battuta fulminante, Ugo sapeva rimanere in silenzio ad osservare e ne capii presto il motivo profondo.
La sua non era borghese tolleranza. Voleva capire, riflettere insieme e solo alla fine convincere. Il suo approccio pedagogico, che coincideva in parte con il mio, lo spingeva a porre domande più che a dare risposte. Tentava il dialogo con tutti sapendo bene che la condizione della sinistra era tragica.
Non si creda che fosse incline all'eclettismo, alle analisi facili. Aveva invece –lo capii più tardi- un quadro rigoroso di riferimento: quello del marxismo critico della nuova sinistra degli anni settanta: quel pensiero aveva dato i suoi frutti migliori tra il 1968 e la fine degli anni settanta. Parole come “ partito”, “ classe”, “socialismo e comunismo” assumevano per lui i contorni generali di concetti interpretativi del mondo, sintesi complessive senza le quali la realtà non si comprende.
Credo che diffidasse del mio approccio più empirico alle questioni politiche quotidiane: con gli anni il mio orizzonte culturale è divenuto sempre più quello dell'umanesimo della tradizione socialista, del solidarismo cattolico o della sociologia americana sui poveri. Tutte idee abbastanza lontane dai concetti che affascinavano Ugo. Lui sapeva esprimere il suo dissenso con l' argomentazione razionale, con uno sguardo perplesso e un' aggettivo sarcastico: mai con l' aggressione.

Le ustioni della realtà

Quando presi tra le mani Ustioni (Manni), uno dei libri di poesie di Ugo, capii meglio gli aspetti più profondi della sua personalità schiva, percorsa da umori dolorosi e segreti. Nei suo versi ritrovavo alcuni temi decisivi della tradizione poetica italiana degli anni sessanta. La polemica spietata contro i valori dominante della borghesia( il consumo, il potere, la guerra ) si alternava con versi disincantati sull'amore e la solitudine privata. Nella sua visione radicale, l' ipocrisia collettiva contamina i rapporti dei singoli, lasciando gli uomini in una condizione di miseria e di infelicità, che solo la poesia può riscattare descrivendola in immagini.
Esemplari questi pochi versi: “ Nessuno più interroga gli oracoli di Delfi: / Socrate tace / e non beve più la cicuta./ Gli uomini nelle poltrone /cercano con un telecomando /chi gli dica la loro menzogna ”.
Nel mondo poetico di Ugo, questo rigore etico non era mai un presupposto predicatorio, ma nasceva da un lungo lavoro di scavo sulla parola. Esprimeva un' animo tormentato dai fallimenti delle lotte politiche, vissuti con una passione estrema, e ferito nell' intimo dai dolori quotidiani dell'esistenza.
Ugo Lanzalone sapeva che i movimenti poetici e culturali degli anni '70 si erano impegnati in una grande scommessa: che si potesse insieme “ cambiare la propria vita e cambiare il mondo”. Questa simmetria generosa non aveva trovato una verifica concreta e la poesia si piegava sullo scacco di una generazione, senza compiacimenti, per capire, per trovare nuove fessure in una realtà opaca. Occorreva gettare nuovi ponti e aprire nuove strade verso un' altra realtà possibile.

La memoria che aiuta
Ripercorrendo la sua figura, due riferimenti importanti vengono alla mente: quelli di Franco Fortini e di Pier Paolo Pasolini. In quella stagione della poesia italiana si è cercato di coniugare insieme il bisogno politicco di riscatto degli umili con la capacità formale della poesia di produrre immagini allusive ad un “altro da noi”.
Potrete ritrovare sempre nei versi di Ugo Lanzalone questa varietà di temi e suggestioni qui appena accennata. A me e a tanti noi, che l' hanno conosciuto, mancheranno il disincanto gentile e il valore della sua umanità, perduta troppo presto.
I poeti amati da Ugo ci fanno capire un' altro dato importante : la memoria e la riflessione critica aiutano a sopportare meglio la condizione di solitudine orrenda che oggi sembra sommergerci tutti.

LINK
http://casadelpopolodivittorio.blogspot.com/